C’è chi è destinato a fare la storia e chi, al massimo, i post rabbiosi sui social network.
Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, appartiene senza dubbio alla prima categoria.
Da oltre un anno, è sotto attacco da parte di una coalizione di forze che definire variegata è un eufemismo: dal governo israeliano ai think tank neoconservatori, passando per giornalisti rampanti e professori ossessionati dal curriculum altrui. – Anche quando poi si scopre che i loro…
Eppure, in questo teatrino tragicomico di accuse, minacce e tentativi di censura, la figura di Albanese emerge più forte che mai, tanto da essere stata nominata Persona dell’Anno Onu in un sondaggio internazionale di PassBlue.
Una evidenza che dimostra come Albanese abbia accresciuto il proprio status a livello mondiale, ma proviamo a spiegare come un tentativo maldestro di “cancellarla” si sia trasformato in un caso da manuale di effetto boomerang.
IL GRANDE INQUISITORE: ISRAELE NEGA IL VISTO AD ALBANESE E SCATENA LA TEMPESTA
Da mesi, il governo di Benjamin Netanyahu – ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità – nei tempi morti tra un massacro e un altro a Gaza, in Libano e in Cisgiordania, è impegnato in un’operazione su larga scala per screditare Albanese.
La sua colpa?
Aver denunciato le politiche criminali israeliane a Gaza e nei territori palestinesi occupati, usando come unico filtro il diritto internazionale.
In un mondo normale, ciò si chiamerebbe fare il proprio mestiere e, sempre in un mondo normale, la cosa avrebbe sollevato l’indignazione di tutti.
In questo caso, però, è stato sufficiente per scatenare una crociata contro di lei: Israele le ha negato il visto, impedendole di monitorare la situazione sul campo, una mossa già vista con altri relatori ONU per la Palestina, ma che in questo caso ha solo amplificato la portata mediatica del caso. – Va ricordato che Israele non ha rispettato ben 69 risoluzioni ONU.
Non paghi, i ministri israeliani Israel Katz e Moshe Arbel hanno chiesto pubblicamente all’ONU di licenziarla con l’accusa ufficiale di antisemitismo.
Una tattica israeliana ormai logora, usata a sproposito per colpire chiunque osi criticare le politiche di Tel Aviv, persino quando si condanna il genocidio a Gaza, ma che stavolta si è scontrata con una platea internazionale più attenta e informata.
Il risultato?
Zero licenziamenti, ma un aumento esponenziale della visibilità di Albanese.
QUANDO LA LOBBY DIVENTA CARICATURA
Tra i protagonisti di questa tragicommedia, un posto d’onore spetta a UN Watch.
Presentata come ONG imparziale, questa lobby con sede a Ginevra è in realtà sostenuta da gruppi neoconservatori e anti-islamici, che non lesinano accuse infondate per screditare i loro bersagli.
Francesca Albanese è stata definita antisemita, accusata di essere poco qualificata e persino di avere legami oscuri attraverso suo marito, un economista della Banca Mondiale; insomma, l’equivalente politico di una soap opera di terza categoria.
Il problema è che questa campagna è stata talmente maldestra da ritorcersi contro i suoi stessi promotori, perché la retorica vuota e le accuse infondate hanno finito per consolidare la credibilità di Albanese agli occhi del pubblico internazionale.
In parole povere: il boomerang ha colpito in pieno volto chi lo aveva lanciato.
IL CIRCO ITALIANO: DA PROFESSORI OSSESSIVI A GIORNALISTI IN CERCA DI GLORIA
In Italia, la vicenda di Francesca Albanese ha attirato l’attenzione di una schiera di personaggi quantomeno pittoreschi.
Riccardo Puglisi, professore di Economia alla Bocconi, si è trasformato in una sorta di detective virtuale, concentrandosi su presunti buchi nel curriculum della relatrice ONU, ma si è rivelato un esercizio sterile che ha prodotto più sbadigli che prove concrete.
Poi c’è Antonino Monteleone, ex Iena e ora conduttore di un programma tutto suo su TeleMeloni, che si è lanciato in un’accusa tanto ridicola quanto falsa: il marito di Albanese avrebbe avuto legami con Hamas.
Dopo essere stato miseramente smentito, Monteleone ha “corretto” il tiro, confondendo Hamas con l’Autorità Nazionale Palestinese. Perché si sa, la precisione non è di tutti ed è sempre più rara.
E come dimenticare Francesco Specchia, giornalista di Libero, che in TV ha addirittura ventilato l’uso dell’atomica a Gaza? Poi si capisce perché certa gente dibatte ancora su genocidio sì o genocidio no.
Un’uscita degna di un film apocalittico, ma che nella realtà ha sollevato solo indignazione e ilarità da quella parte di popolazione ancora sana di mente.
L’EFFETTO BOOMERANG: DALLE CENERI DELLA CANCEL CULTURE A UN FENOMENO GLOBALE
Mentre i suoi detrattori arrancano tra accuse infondate e gaffe colossali, Francesca Albanese si è trasformata in una figura di rilievo globale. I suoi follower su Twitter (o X, per i nostalgici della semplicità) sono più che raddoppiati, superando quota 300.000.
Le sue conferenze attirano migliaia di studenti e accademici nelle università più prestigiose del mondo, dalla London School of Economics a Georgetown.
-Chissà, nel frattempo, in quale università avrà proposto la bomba atomica su Gaza il buon Specchia.-
Il tentativo di cancellarla ha fallito miseramente, dimostrando quanto sia miope l’approccio di chi cerca di sopprimere il dibattito anziché affrontarlo con argomenti solidi. – Quando si hanno argomentazioni a disposizione, ovviamente. E, come si intuisce facilmente, in questo caso restava solo la tattica dell’aggressione e del discredito.
Francesca Albanese non solo ha resistito, ma ha ribaltato la narrativa, imponendosi come una voce autorevole e ineludibile nel panorama internazionale, mentre i suoi aggressori mediatici sono rimasti signori nessuno, sconosciuti ai più.
QUANDO LA CANCEL CULTURE FA PIÙ DANNI CHE ALTRO
Il caso di Francesca Albanese è un monito per tutti: le campagne diffamatorie e i tentativi di censura non sono solo eticamente discutibili, ma spesso si rivelano controproducenti, poiché la verità, per quanto scomoda, tende a emergere, e chi cerca di soffocarla finisce per alimentarla, fosse anche solo per curiosità.
Ai suoi detrattori, non resta che riflettere sull’effetto boomerang delle loro azioni – o discutere di quante bombe atomiche sganciare su Gaza, visto che il livello è quello.
Francesca Albanese, intanto, continuerà a fare il suo lavoro, forte di un consenso e di una credibilità che crescono giorno dopo giorno, mentre chi voleva silenziarla dovrà accontentarsi di scrivere altri tweet pieni di bile.
Ancora una volta, la tattica del discredito è una tecnica di comunicazione becera e che può funzionare nel breve termine, ma, nel lungo periodo, viene sempre smascherata.
Infine, questa vicenda rivela che il mondo non è alla frutta, come qualcuno vorrebbe far credere, perché di gente con neuroni funzionanti ce n’è ancora e tanta, per fortuna.
IL ROMANZO CHE SVELA CHI COMANDA DAVVERO SUL PIANETA
