Di Pasquale Di Matteo
Entra nel tuo profilo Linkedin.
Leggi la tua headline, leggi il tuo About, poi dimmi onestamente: potresti copiare quelle parole sul profilo di un tuo collega e nessuno se ne accorgerebbe?
Se la risposta è sì, o anche solo “forse”, e per la maggior parte di voi lo è, hai un problema serio. Eh no, non si tratta solo di immagine, ma di esistenza.
IL LINGUAGGIO CHE NON DICE NIENTE
Faccio una cosa. Apro a caso dieci profili LinkedIn di professionisti italiani. Manager, consulenti, coach, imprenditori. Persone che si occupano di cose diverse, in settori differenti, che hanno storie diverse… che probabilmente sono persone diverse.
Eppure…
“Professionista appassionato con comprovata esperienza nel settore.”
“Orientato ai risultati, con forte attitudine al problem solving.”
“Leader capace di motivare i team verso obiettivi ambiziosi.”
“Credo fermamente nel valore delle persone.”
Dieci profili. Una sola persona. Una persona che non esiste, che è uguale a tante altre, perciò risulta comune, costruita, stereotipata, messa insieme da un’ovvietà dopo l’altra.
Per esempio: chi può non essere orientato al risultato?! Scrivereste mai: “Orientato a far correre le lancette dell’orologio perché passi presto la giornata?” oppure “se un collaboratore non mi dà ragione, sono cazzi?”
Non prendiamoci in giro: nessuno nasce appassionato di “ottimizzazione dei processi aziendali”. Nessuno si sveglia la mattina pensando alla propria “forte attitudine al problem solving”.
Queste sono panzane studiate per gli algoritmi dei software di recruiting. Sono proposte che puzzano di ChatGPT o similari.
Queste frasi non vengono da dentro, ma sono il risultato del copia e incolla da un template, da un corso, da qualche libro acquistato su Amazon a poco prezzo, da un video su YouTube, dall’ansia di sembrare professionali senza rischiare niente.
E questo è esattamente il problema, perché, al contrario di quanto pensino i più, ciò che è generico non rassicura, ma respinge. Purtroppo, c’è una convinzione diffusa nel mondo professionale italiano: più sei generico, più sei accessibile. Più sei accessibile, più clienti puoi attrarre.
È esattamente il contrario.
Il generico non abbassa le difese di chi legge, ma le alza, perché il cervello umano, di fronte a qualcosa che non riconosce come specifico e reale, attiva automaticamente lo scetticismo. Chi è questa persona? Cosa vuole veramente? Cosa la distingue dagli altri trenta che dicono la stessa cosa?
Ovviamente, si tratta di un limite, perché esistono persone che eccellono in molte situazioni e in diversi ruoli, e la storia ce lo ricorda, da Dante a Leonardo, solo per citarne due a caso.
Un tempo, occuparsi di settori diversi era, al contrario di oggi, cosa da persone di alto spessore.
La specificità, invece, anche quella scomoda, anche quella che può sembrare limitante, fa una cosa precisa: seleziona e allontana chi non fa per te, mentre attira con forza chi, invece, ha bisogno di quello che sei.
Io lo so per esperienza diretta.
Quando ho scritto per la prima volta “24 anni in fabbrica, un tumore, poi il Giappone” come presentazione professionale, qualcuno ha storto il naso. “Non è professionale, non è il linguaggio del settore. Rischi di sembrare fuori posto.”
“Rischi di apparire un semplice operaio”. A parte il fatto che ci sono operai che conoscono più storia e filosofia di tanti laureati, ma quando ero operaio, lo ero perché le mie competenze limitate non mi consentivano di poter fare altro, di poter offrire servizi diversi da quelli in una fabbrica.
Oggi, ho competenze, studi ed esperienze sul campo che mi consentono di essere altro e di vestire ruoli differenti.
E, quando ho scritto “24 anni in fabbrica, un tumore, poi il Giappone” , quel giorno ho ricevuto più messaggi di risposta di quanti ne avessi ricevuti nei sei mesi precedenti con un profilo “normale”.
Perché?
Perché era reale. Perché nessuno poteva copiarlo. Perché parlava a qualcuno di specifico, a chi ha attraversato una rottura, a chi sta cercando una via fuori da un vicolo cieco, e quella persona lo ha sentito come se gli stessi parlando in faccia.
Perché quando io parlo di crescita personale e di rinascita non lo faccio in maniera astratta, ma racconto ciò che testimonio con la mia vita. Quanto ho fatto con me stesso. Perciò funziona.
Il prezzo dell’invisibilità
Voglio essere diretto su una cosa che raramente si dice.
Non avere una voce riconoscibile non è una questione estetica, ma una questione economica. Ogni giorno che il tuo profilo somiglia a quello di tutti gli altri, stai perdendo clienti. Non perché sei meno bravo, nemmeno perché il tuo servizio vale meno, ma perché chi ti legge non riesce a ricordarti. E chi non riesce a ricordarti non ti compra.
Nel mercato digitale, l’attenzione è la valuta più scarsa che esista. Ce n’è pochissima, dura pochissimo, e si disperde su tutto. In questo contesto, essere memorabile non è un vantaggio competitivo, ma la condizione minima per esistere.
Un profilo generico non offende nessuno, ma non colpisce nessuno. Scivola via e scompare nel rumore.
Cosa significa avere una voce riconoscibile?
Non significa essere provocatori per il gusto di esserlo. Non significa raccontare i propri problemi personali in pubblico senza criterio. Non significa costruire un personaggio artificiale per distinguersi.
Significa una cosa sola: essere specifici su chi sei, cosa sai fare, e, soprattutto, perché lo sai fare tu e non qualcun altro.
Nel mio caso, uso la storia e la geopolitica per il coaching perché ho passato anni a studiarle mentre non potevo camminare senza un bastone, perché un medico mi aveva detto che forse avevo un tumore maligno, e l’unico modo che avevo trovato per non impazzire era leggere e scrivere.
Quella non è una credenziale da mettere su un curriculum, tuttavia è la ragione per cui quello che faccio ha un sapore diverso da quello che fa chiunque altro.
Nessuno può copiarla, perché è mia. Quanti erano operai, hanno ripreso gli studi, si sono laureati e oggi rappresentano una società giapponese in Italia?
Così come la tua storia è tua. Le rotture che hai attraversato sono tue; il modo in cui hai risolto un problema che sembrava irrisolvibile è tuo. Quella è la tua voce.
Non è nei template, non è nei corsi su “come ottimizzare il profilo LinkedIn”. È già dentro di te, perciò devi solo smettere di nasconderla per sembrare professionale.
Una domanda prima di chiudere
Se domani qualcuno leggesse il tuo profilo LinkedIn senza vedere il tuo nome, saprebbe che sei tu?
Se la risposta è no, hai già capito da dove ricominciare.
Pasquale Di Matteo
Coach del Kinsaisei — Metodo di rinascita professionale e personale
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