Immaginate un’azienda che licenzia un dipendente per una nota spese gonfiata di dieci euro in nome della “trasparenza assoluta”, mentre il Direttore Generale distrae milioni sotto lo sguardo complice del consiglio d’amministrazione?
Beh, è ciò che sta accadendo a livello metaforico.
Le dita picchiettano sul mogano della scrivania, un ritmo sincopato che tradisce l’ansia di chi sa di aver appena firmato una condanna all’irrilevanza.
Sulla parete, la cartina geografica è un groviglio di incoerenze: da una parte, una solidarietà urlata, vestita di bandiere gialle e azzurre, di sanzioni feroci contro gli aggressori, di un’etica che si fa scudo umano; dall’altra, un attacco senza mandato, un’esplosione nel deserto che non solleva polvere nelle cancellerie di Bruxelles.
Quando un brand – che sia una nazione, un’unione di stati o un CEO di una multinazionale – decide che la Legge è un elastico da tendere solo contro i nemici e da allentare per gli amici, sta compiendo l’atto più antieconomico della sua storia.
E non si tratta solo di violare il Diritto Internazionale, sminuendolo e rendendolo ridicolo, ma si tratta di svalutare la propria moneta morale. Cosa che, in un mercato globale dove la fiducia è l’unico asset non riproducibile, somiglia a un fallimento strutturale, non è soltanto una svista diplomatica.
Ora, torna a immaginare un’azienda che licenzi un dipendente per una nota spese gonfiata di dieci euro in nome della “trasparenza assoluta”, mentre il Direttore Generale distrae milioni sotto lo sguardo complice del consiglio d’amministrazione.
Cosa resta del “sentimento di appartenenza”? Cosa resta del brand?
Un involucro vuoto, una patria che non è più casa, ma un ufficio affitti per interessi momentanei.
L’Europa, oggi, assomiglia a quel Direttore Generale.
Ha urlato “al lupo” contro l’aggressione russa, invocando la sacralità dei confini e l’altare delle Nazioni Unite.
Un’indignazione necessaria, sacrosanta sotto il profilo del Diritto internazionale, ma figlia di una visione superficiale sotto il profilo geopolitico, perché non ha tenuto conto del punto di vista di Mosca.
Inoltre, davanti al lampo di un attacco USA-Israele contro l’Iran, il silenzio si è fatto vischioso, in nome di un pretesto, il “regime”, la “minaccia” di un programma nucleare che si paventa da trent’anni, ma di cui non esistono prove che non abbiano la stessa credibilità delle bugie sulle armi chimiche dell’Iraq di Saddam.
Però, il Diritto non è un premio fedeltà per governi simpatici, ma dovrebbe essere l’armatura che protegge i deboli dai forti. Il problema è che, se l’armatura è di carta velina quando a colpire è l’alleato, l’amico o un potente che ci fa comodo, allora non è mai stata un’armatura. Era un costume di scena.
Una maschera.
Solo che le maschere, prima o poi, cadono e ciò che rivelano spiazza anche i fan più accaniti.
La sociologia della comunicazione ci insegna che la disaffezione non nasce dall’odio, ma dalla dissonanza cognitiva, quando vediamo una cosa, ma ci dicono di vederne un’altra.
Questo scollamento tra percezione e narrazione distrugge la “Brand Equity” esistenziale di un popolo.
Perché dovrei sentirmi parte di un progetto comune se le regole del gioco cambiano mentre sto giocando o a seconda di chi gioca o dell’avversario? Perché dovrei chiamare “Patria” un’entità che naviga a vista seguendo il vento della convenienza di nazioni che hanno atteggiamenti da imperi, anziché la bussola dei propri valori fondanti?
Un leader eccellente, che voglia davvero lasciare un’impronta, sa che la coerenza è l’unica tecnologia-virtù capace di generare autorità.
L’autorità non è potere, di per sé, perché il potere si impone, l’autorità, invece, si riconosce. Per questo, l’autorità cade nel momento in cui mostri che il tuo “codice etico” ha un prezzo di mercato.
L’Iran può essere un regime oscuro, ma il Diritto Internazionale è l’unica luce che abbiamo per non tornare alla legge della giungla, dove il più forte si impone, sempre e comunque, infischiandosene di leggi, norme ed etica.
Svilire questo principio oggi, per quieto vivere o per alleanza strategica, significa dire al mondo che la nostra indignazione di ieri era solo marketing.
E il marketing senza verità è l’inizio del declino di ogni civiltà.
Il rischio non è solo una guerra in Medio Oriente, ma che domani, quando avremo di nuovo bisogno di invocare la Giustizia, nessuno si alzerà in piedi. Non perché non ci credano più, ma perché avremo insegnato loro che la Giustizia è solo un’opinione di chi ha i missili più veloci e potenti.
E se, un giorno, i missili più veloci e potenti li avesse l’Iran o qualche altro regime, o pseudo tale?
Se vuoi essere un leader, se vuoi che il tuo brand personale o aziendale diventi una roccaforte, devi avere il coraggio della coerenza, anche quando può essere scomoda. Anzi, soprattutto in quel caso, perché dimostrerai di avere attributi e di essere genuino, cose sempre più rare al giorno d’oggi.
Devi saper dire di “no” anche all’amico, se quel “no” protegge l’integrità del tuo mondo, altrimenti, non sei un leader.
Sei solo un ingranaggio che gira nella direzione in cui viene spinto da altri.
Dott. Pasquale Di Matteo, Executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei.
Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha.
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