EPIC FURY E IL BRAND DISTRUTTO SPENDENDO 890 MILIONI DI DOLLARI AL GIORNO

Cosa insegna il disastro americano in Iran a chiunque voglia costruire un’autorità duratura?

C’è un principio che insegno a chi lavora con me: la credibilità si costruisce in anni, ma si può distruggere in un solo giorno.

Il problema è che quasi nessuno ci crede davvero, finché non lo vede accadere.

Allora serve un caso studio, un esempio così grande, così visibile, così documentato da essere impossibile da ignorare.

Ebbene, Trump, Netanyahu e l’operazione “Epic Fury” sono quel caso studio.

IL BRAND PIÙ POTENTE DEL MONDO

Per quasi ottant’anni, gli Stati Uniti hanno costruito il brand geopolitico più solido della storia moderna.

Non solo forza militare, ma quanto ad autorità morale, di senso, – reale o percepito, poco importa – di essere i garanti di un ordine internazionale basato su regole condivise.

Il paese che aveva vinto la Seconda Guerra mondiale, che aveva costruito le Nazioni Unite, redatto la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Un brand costruito decennio dopo decennio, mattone dopo mattone, attraverso alleanze, trattati, istituzioni.

E anche grazie alla propaganda di Hollywood, che aveva trasformato gli indiani d’America da popolo massacrato a selvaggi con archi e frecce che avevano l’ardire di non volersene andare dalle loro terre, e i fallimenti in mezzo mondo in imprese eroiche, dalla Corea al Vietnam, dall’Iraq all’Afghanistan.

Un brand che ha permesso a Washington di esercitare un’influenza globale sproporzionata rispetto anche alla sua stessa forza militare.

Perché il brand vero non ha bisogno di imporsi: viene scelto. E l’Occidente lo aveva scelto.

Poi è arrivato marzo 2026.

IL PRIMO ERRORE: IGNORARE L’AVVERSARIO

Prim’ancora della questione legale, prim’ancora dei missili e dei bombardieri stealth, c’è un errore che definisco l’errore del principiante assoluto: non conoscere il teatro in cui si agisce.

Washington era convinta che il popolo iraniano si sarebbe rivoltato, che i bombardamenti avrebbero scatenato la rivoluzione dal basso. Che la gente sarebbe scesa in piazza a rovesciare il regime mentre le bombe cadevano.

Questa è una delle illusioni più pericolose – e più ricorrenti – della storia contemporanea.

Un regime non sta in piedi senza una parte consistente di popolo che lo sostiene, lo tollera, o semplicemente ci convive perché ha interessi economici che vale la pena proteggere.

Era così con Mussolini. Era così con Hitler. È così in ogni sistema autoritario della storia.

La favola dei “popoli soggiogati che aspettano solo il liberatore esterno” è esattamente quello: una favola.

Comoda, rassicurante, utile per giustificare le decisioni già prese. Ma disconnessa dalla realtà sociologica, culturale, antropologica di una nazione di 90 milioni di persone con 2.500 anni di civiltà alle spalle, non nata solo un secolo e mezzo fa.

E quella parte di popolazione iraniana che davvero vuole il cambiamento, che esiste, è reale e coraggiosa, non vuole farsi imporre presidenti e ordini da Tel Aviv o da Washington.

Perché il cambiamento dall’interno e l’occupazione dall’esterno non sono la stessa cosa. Non lo sono mai stati.

Questa non è analisi politica, ma competenza sociologica di base. Quella che è mancata a Trump e Netanyahu e che ha polverizzato l’immagine dei loro Paesi.

IL SECONDO ERRORE: DISTRUGGERE LE ISTITUZIONI CHE TI PROTEGGONO

L’AIEA aveva detto e ha ribadito che non esiste nessuna prova di progetto nucleare iraniano, che è solo un’invenzione di Israele e degli Stati Uniti. Come furono balle le armi chimiche di Saddam.

L’ONU non ha emesso alcun mandato. Gli alleati europei – inclusa l’Italia, con Crosetto e Tajani che hanno parlato esplicitamente di azione “fuori dal diritto internazionale” – si sono dissociati pubblicamente.

Eppure, si è andati avanti.

Conosco questo schema. L’ho visto nelle organizzazioni, nelle aziende, nelle carriere individuali.

È lo schema di chi ha accumulato abbastanza potere da credere di non aver più bisogno delle regole che lo hanno protetto mentre lo costruiva.

È lo schema di chi confonde la forza con l’autorità. Ma la forza si impone, invece, l’autorità viene riconosciuta.

Puoi avere i bombardieri più avanzati del mondo, l’intelligenza artificiale più sofisticata, l’arsenale nucleare più grande, ma se calpesti le istituzioni che ti davano legittimità, non sei più il leader del sistema internazionale.

Sei semplicemente il più armato. E il più armato, nella storia, non ha mai vinto a lungo.

Il parallelismo con il 2003, con le “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein che non esistevano, non è casuale.

È un modello. E i modelli si studiano, si riconoscono, si evitano.

O almeno, si dovrebbero evitare.

Il Trattato di Versailles aveva già insegnato tutto questo. Nel 1919, i vincitori della Prima Guerra mondiale si sedettero a Versailles e decisero di punire la Germania in modo così totale, così umiliante, così sproporzionato da renderla impossibile da riassorbire nell’ordine internazionale.

Lo fecero convinti di aver vinto. Di avere il diritto dalla loro parte, di essere nel giusto.

Vent’anni dopo, il mondo stava bruciando e non perché la Germania fosse innocente, ma perché la gestione della vittoria fu peggio della sconfitta; umiliare un avversario senza offrirgli una via d’uscita dignitosa non produce resa, ma risentimento.

Produce radicalizzazione. Produce, inevitabilmente, il ritorno del problema in forma amplificata.

Oggi, l’Iran è stato attaccato illegalmente, bombardato, umiliato davanti al mondo arabo e ai paesi del Sud del mondo.

E Teheran, Mosca e Pechino, che prima erano alleati per convenienza, sono stati cementati in un asse per necessità.

La storia lo aveva già scritto, ma qualcuno non l’aveva letta.

Cosa significa tutto questo per chi costruisce un brand, personale o professionale?

Arrivo al punto, perché questo non è un articolo di geopolitica: è un articolo sul prezzo dell’incompetenza e sull’unica cosa che protegge davvero un’autorità nel tempo.

La credibilità.

E la credibilità ha una struttura precisa e si costruisce su tre pilastri.

Il primo è la coerenza. Dici una cosa e fai quella cosa. Sostieni un principio quando ti conviene e anche quando non ti conviene.

Gli Stati Uniti hanno costruito il loro brand sull’ordine internazionale basato sulle regole. Su quel Diritto internazionale violato dalla Russia e che per quattro anni è stato usato come icona della differenza tra l’Occidente e le dittature del mondo.

Poi, sono arrivati i crimini di Israele a Gaza e, nel momento in cui quelle regole sono diventate scomode per l’Occidente, USA e Israele le hanno calpestate.

Quel brand non esiste più. Non perché lo dicano i nemici, ma perché lo dice una maggioranza sempre più nutrita di occidentali, di loro stessi cittadini.

Il secondo è la competenza reale. Non la competenza dichiarata, non i titoli, non gli armamenti.

La competenza di conoscere davvero il contesto in cui operi. Il teatro delle operazioni, nel senso più ampio: sociologico, culturale, storico, psicologico.

Chi non conosce il proprio interlocutore – che sia un popolo, un cliente, un team, un mercato – prende decisioni nell’illusione invece che nella realtà.

E le decisioni nell’illusione producono disastri reali.

Il terzo è la visione a lungo termine. La differenza tra un successo tattico e un suicidio strategico.

Puoi vincere la battaglia e perdere la guerra. Puoi chiudere il trimestre e perdere il cliente. Puoi colpire l’86% dei missili nemici e costruire contro di te un asse che prima non esisteva.

La visione non si improvvisa, ma si costruisce con lo studio, con la conoscenza della storia, con la capacità di leggere i modelli prima che si ripetano.

LA LEZIONE DA FARE PROPRIA

C’è una frase che mi accompagna da quando ho cominciato questo percorso, da quando ho lasciato la fabbrica, attraversato la malattia, costruito qualcosa di nuovo partendo letteralmente da zero.

Il potere senza cultura è il pericolo più grande che esista.

Non lo dico in senso astratto, ma in senso operativo, pratico, quotidiano.

Vale per un presidente che decide di bombardare un paese senza conoscerne la sociologia.

Vale per un CEO che introduce l’AI in azienda senza capire cosa significhi per le persone che ci lavorano.

Vale per un artista che ha il talento, ma non sa raccontarsi.

Vale per un professionista che ha le competenze, ma non ha costruito la narrazione che le rende visibili.

In tutti questi casi, il risultato è lo stesso: potenziale sprecato, credibilità compromessa, fiducia persa.

Il Metodo Kinsaisei nasce esattamente da questa consapevolezza.

Le rotture – personali, professionali, geopolitiche – non si evitano con la forza, ma si navigano come acque agitate grazie alla cultura, con la conoscenza, con la capacità di leggere la storia prima che si ripeta.

Epic Fury ha ucciso l’immagine dei due protagonisti perché qualcuno non aveva letto abbastanza.

Tu hai ancora tempo per leggere e per fare della tua immagine un brand di successo.

Conoscenza, competenze, coerenza, visione: Kinsaisei.

Dott. Pasquale Di Matteo, Executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei. Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership.
Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha.

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FOTO DI PASQUALE DI MATTEO

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Pubblicato da Executive Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan

La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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