COS’È IL KINSAISEI, IL METODO DELLA RINASCITA

Immagine di copertina dell'articolo di presentazione del Kinsaisei

C’è una pratica antica in Giappone che ha cambiato il modo in cui guardo le mie cicatrici, le mie fragilità, che, fino a dieci anni fa, pensavo fossero situazioni da nascondere, da tenere lontano da occhi indiscreti.

Quella pratica si chiama Kintsugi.

Quando un oggetto di ceramica si rompe, una tazza, un vaso, una ciotola, non lo si butta e non si fa finta che non sia mai accaduto, ma si prende la lacca d’oro, si riempiono le crepe, e si rimette insieme.

E l’oggetto riparato vale più di quello originale proprio grazie alle rotture, perché le crepe d’oro raccontano una storia, raccontano che quell’oggetto è vissuto, che ha resistito, che qualcuno si è preso cura di lui abbastanza da non abbandonarlo e fino a rigenerarlo.

La prima volta che ho sentito parlare del Kintsugi, e che vidi un pezzo riparato con l’oro, fu in Chie Art Gallery, una galleria giapponese a Milano con cui ho collaborato per qualche anno e che mi ha permesso di farmi conoscere in Giappone, tracciando un futuro diverso davanti a me.

Dietro di me, lasciavo ventiquattro anni di fabbrica, una diagnosi di tumore, una laurea presa a quarantaquattro anni, un blog aperto per non impazzire mentre aspettavo i risultati della biopsia.

Guardai quella ciotola da tè riparata con l’oro e pensai: questo sono io.

Questo possiamo essere tutti noi.

L’ORO È GIÀ NELLE CREPE, MA ABBIAMO PAURA

Kinsaisei nasce dall’unione di due parole giapponesi.

La prima è Kintsugi, 金継ぎ, l’arte di riparare con l’oro. La seconda è Saisei, 再生, che significa rinascita, rigenerazione, ripartenza.

Il metodo dice una cosa semplice, che però richiede coraggio per essere accettata: le tue rotture, le cadute, i fallimenti, non sono difetti da nascondere, ma le crepe da cui entrano la luce e l’oro.

Non parlo di rotture in senso metaforico e consolatorio, ma di quelle concrete, quelle che ancora si sentono quando ci si mette le mani sopra, come il lavoro perso all’improvviso, il progetto in cui hai investito tutto e che è naufragato, la malattia arrivata nel momento peggiore, il cambio di direzione forzato che ti ha fatto sentire in ritardo su tutto.

Le delusioni che non hai ancora detto ad alta voce perché suonano come lamentele.

Proprio quelle.

Il Kinsaisei parte da lì. Non malgrado quelle esperienze, ma proprio grazie a quelle esperienze.

Perché è lì che si forma il carattere. È lì che si sviluppano le competenze che non si possono certificare ma che valgono più di qualsiasi titolo. È lì che si trova la materia di cui sono fatte le storie che toccano davvero le persone.

IL PROBLEMA DEL BRAND PERSONALE COSÌ COME LO INSEGNANO

Ogni giorno, qualcuno spiega sui social come costruire un personal brand in 30 giorni, come ottimizzare il profilo LinkedIn per renderlo super, come scrivere il post perfetto, come usare gli hashtag giusti, il carosello giusto, l’orario giusto.

In linea di massima, gran parte delle cose che vengono dette sono vere, ma sono esagerate, irrealistiche e/o insufficienti.

IL PROBLEMA NON È TECNICO, MA IDENTITARIO

Le persone non faticano a costruire un brand professionale solido perché non sanno usare LinkedIn; faticano perché non sanno ancora chi sono davvero, nel lavoro, e, talvolta, nella vita.

Così, il profilo LinkedIn è ben scritto, ma vuoto; i post sono formalmente corretti, ma non toccano nessuno; la presentazione è professionale, ma non rimane in mente a chi la ascolta.

Ho visto questo schema ripetersi decine di volte: in azienda, in galleria, nelle sessioni di coaching.

Professionisti brillanti, con anni di esperienza, che non riuscivano a comunicare il proprio valore perché non l’avevano nemmeno messo a fuoco.

Il Kinsaisei parte da un punto diverso: prima l’identità, poi la comunicazione.

Prima capisci chi sei, poi smonti i falsi miti su chi “dovresti” essere, e solo dopo costruisci come dirlo al mondo. In questo ordine. Non nell’altro.

LE QUATTRO FASI DELLA TRASFORMAZIONE

Il metodo si articola in quattro fasi che rispecchiano il ciclo naturale di ogni trasformazione reale. Non si può saltarne una, come non si può raccogliere un frutto che non è ancora maturato.

La prima fase si chiama Rompi il Vecchio.

Prima di costruire qualcosa di nuovo, bisogna fare spazio. Ciò significa guardare in faccia le credenze che bloccano la crescita, quelle frasi che ci diciamo da anni, spesso senza nemmeno saperlo: non sono abbastanza qualificato, non ho la storia giusta, gli studi giusti, la famiglia giusta, il momento, le dinamiche, le amicizie, le conoscenze… è troppo tardi per ricominciare, chi vuoi che si interessi a me…?

Queste frasi non escono dal nulla, bensì da esperienze specifiche che non abbiamo ancora guardato in faccia davvero.

Nominarle non le elimina, ovviamente, ma quello che vediamo chiaramente, possiamo cambiarlo. Quello che non vediamo, invece, ci governa.

La seconda fase si chiama Trova l’Oro.

Dentro ogni storia professionale ci sono risorse invisibili: competenze che non chiamiamo competenze perché ci sembrano ovvie o banali; esperienze che non consideriamo valore perché non vanno inserite in un CV.

Talenti che non mettiamo su LinkedIn perché pensiamo che “li abbiano tutti”, quando, invece, quasi nessuno li ha, e, ancor meno, sa individuarli e usarli.

Questo è l’oro. È già lì. Basta solo imparare a vederlo, perciò, questa è la fase più introspettiva, in cui si lavora su di sé per comprendere, capire e imparare ciò che si è davvero.

La terza fase si chiama Costruisci la Forma.

Questa fase traduce l’identità in linguaggio: un messaggio chiave preciso, una narrativa professionale, un tono di voce riconoscibile, una bio che finalmente rappresenta chi si è davvero. Non una maschera migliore, attenzione, ma uno specchio più accurato.

La quarta fase si chiama Porta nel Mondo.

La trasformazione interna diventa visibile, il profilo LinkedIn cambia, i contenuti hanno una direzione. Il piano di visibilità esiste e, soprattutto, si pubblica, finalmente.

Non quando si è pronti (non si è mai pronti del tutto), ma quando si ha qualcosa di preciso da dire.

La mia storia, in breve.

Ho lavorato in fabbrica per ventiquattro anni. Non per scelta, per una serie di motivi e dinamiche che hanno costruito una necessità. Non avevo finito gli studi e il sistema non ti perdona facilmente se non segui l’iter.

Nel 2017 ho scoperto di avere un tumore. Lipoma benigno, fortunatamente, ma in quei mesi tra la diagnosi e la certezza non sapevo ancora come sarebbe andata.

In quel periodo ho aperto un blog, ho iniziato a scrivere di arte, di geopolitica, di PNL, di Comunicazione, le cose che amavo davvero, non quelle che pensavo dovessi amare.

Da quel blog, è nata una collaborazione con una galleria d’arte; da quella galleria, è nata una carriera come critico e comunicatore; grazie a quella carriera, sono stato contattato da Chie Yoshioka, della Chie Art Gallery; dalla Chie Art Gallery, sono arrivato a rappresentare l’Italia a Osaka, a tenere conferenze, a laurearmi in Scienze della Comunicazione a quarantaquattro anni, a prendere un master in Politiche Internazionali a quarantasette.

Non ti racconto questo per impressionarti, ma perché il punto di partenza, – l’operaio senza laurea, in attesa di una biopsia, senza contatti e senza soldi, – era ben più basso di dove probabilmente sei tu adesso.

La differenza tra il me di allora e quello di oggi non era il talento e nemmeno la fortuna, ma aver smesso di trattare le mie rotture come vergogne da nascondere e aver iniziato a usarle come materiale da costruzione.

A CHI SERVE IL KINSAISEI

Il metodo è utile a chiunque si trovi in un momento di transizione professionale, consapevole o forzata. A chi sente di valere più di quanto riesce a comunicare e a far percepire agli altri. A chi ha una storia ricca, ma non sa come raccontarla.

A chi ha cambiato strada, ricominciato, sbagliato, imparato, e non sa ancora come trasformare tutto quello in un posizionamento professionale credibile e riconoscibile.

È utile ai professionisti che si sono costruiti da soli e non riescono a fare il salto di scala. Agli artisti che sanno creare, ma non sanno darsi un valore di mercato. Ai manager in transizione che devono reinventare la propria narrazione. A chi ha 35 anni e a chi ne ha 55, perché la rinascita non ha un’età giusta.

ATTENZIONE: non è un metodo per chi cerca scorciatoie. Non promette follower in 30 giorni o clienti caduti dal cielo.

Promette qualcosa di più difficile e di più duraturo: la chiarezza su chi sei, perché sei diverso dagli altri, e come comunicarlo in modo che il mondo possa finalmente vederti.

E, certo, richiede coraggio e tanto impegno su di sé, per rigenerarsi, per lasciarsi andare, per imparare ad andare d’accordo con la vera natura di sé stessi.

Ma focalizzarsi sulla propria vera natura, sulle proprie fragilità, rende più consapevoli e forti.

La tua storia non diventa una storia di successo patinata, bensì una storia vera. E le storie vere, quelle che hanno peso, che hanno costo, che hanno coraggio, sono le uniche che rimangono in mente a chi le ascolta.

Le rotture, le cadute, i fallimenti, non scompaiono, ma puoi scegliere di utilizzarli come materiale per costruire un futuro diverso, un’altra identità, un’altra vita.

Quello che era rotto può diventare la parte più preziosa di quello che sarai.

Dott. Pasquale Di Matteo è comunicazionista, coach della rinascita e ideatore del metodo Kinsaisei. Lavora con professionisti, artisti e CEO che vogliono fare brand autentico.

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Dott. Pasquale Di Matteo, Comunicazionista, executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei. Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership.
Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha.

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Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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