L’ILLUSIONE DEGLI STRUMENTI
In Italia esistono migliaia di corsi per chi cerca lavoro.
Corsi su LinkedIn, corsi su come scrivere il curriculum perfetto e sull’utilizzo dei portali di annunci; masterclass su come superare il colloquio e webinar su come farsi notare dai recruiter.
Tutti corsi che insegnano a usare qualcosa, ma nessuno che insegni a essere qualcuno.
E io questa cosa la conosco bene, poiché l’ho vissuta sulla mia pelle per ventiquattro anni, in fabbrica, e l’ho visto quando bazzicavo i corridoi del sindacato, osservando i lavoratori in cassa integrazione venire risucchiati dal sistema di ricollocazione come numeri anonimi in un protocollo burocratico.
Uscivano dalle riunioni con dispense su come aggiornare il profilo, con checklist su quali parole chiave usare nel CV, con template di lettere di presentazione già pronte.
Tecnicamente perfetti e ineccepibili, per carità, ma umanamente invisibili e, soprattutto, senza nessuna attenzione alla persona, alle differenze individuali, alla possibilità di creare un business da sé.
Perché nessuno, in quei percorsi, si era mai seduto davanti a loro, chiedendo: “Tu chi sei veramente? Qual è la tua storia? Cos’hai imparato nei momenti in cui tutto sembrava finito?”
IL VUOTO CHE LA TECNICA NON RIEMPIE
Il problema reale dei lavoratori in transizione non è soltanto tecnico, ma narrativo.
È identitario.
Oggi, l’omologazione, l’essere funzionali a… è diventato ambito da intelligenze artificiali. Proporre corsi che riqualifichino le persone, insegnando a fare cose che le AI fanno meglio, più rapidamente e a costo zero è follia allo stato puro.
Un uomo o una donna che escono da vent’anni di lavoro in un’azienda che chiude, che lasciano un ruolo dopo una ristrutturazione, che si trovano a dover reinventare la propria esistenza professionale a quaranta o cinquant’anni… queste persone non hanno bisogno di sapere come si carica un PDF su un portale o come si prepara una busta paga.
Beh, sì, forse anche quello, almeno per qualche anno ancora, ma dopo saranno compito svolti da AI. Perciò, più di ogni altra cosa, quelle persone hanno necessità di ritrovare il filo della propria storia, di imparare a crearsi un lavoro, una professione, una figura che non esiste e che le AI non possono sviluppare e replicare meglio.
Hanno bisogno di capire chi sono diventati attraverso quelle rotture, di vedere il valore nascosto in quegli anni che il mercato del lavoro, adesso, sembra considerare spazzatura.
Hanno bisogno di qualcuno che li guardi e dica: “Quello che hai vissuto non è un buco nel curriculum, ma potrebbe essere il tuo oro.”
Ma i corsi di ricollocazione, nella loro stragrande maggioranza, guardano dall’altra parte e si concentrano sullo strumento, come, appunto, il CV, il profilo, il portale, e non sulla persona che quello strumento dovrà usare.
È come imporre a qualcuno lo studio del violino senza chiedergli prima che musica vuole fare, come si sente con quello strumento in mano, e se non preferirebbe una chitarra, un flauto o un pianoforte.
Puoi anche insegnargli la posizione perfetta delle dita, l’archetto impeccabile, la lettura precisa dello spartito, ma se la musica che quella persona vuole fare è il metal, forse il violino non è propriamente lo strumento più adatto.
O, magari, sì, ma solo se il soggetto è consapevole di chi è e di come voglia suonare quel violino in maniera fuori dal comune.
Se dentro non c’è un suono che vuole uscire, se non c’è una storia che vuole essere raccontata, quello strumento resterà muto, o suonerà note che nessuno ascolterà.
E il mercato del lavoro non assumerà più strumenti umani, quando le AI saranno sempre più strumenti a costo zero.
Assume e assumerà musicisti in grado di suonarli quegli strumenti, e assumerà personalità, storie capaci di portare alle aziende valore aggiunto che nessuna Intelligenza Artificiale può offrire.
IL PARADOSSO DELLA FORMAZIONE ITALIANA
Viviamo in un paradosso assurdo.
Da un lato, il sistema formativo per i lavoratori in transizione è affollato di offerte: fondi interprofessionali, enti bilaterali, corsi finanziati, programmi di outplacement. Centinaia di milioni di euro spesi ogni anno.
Dall’altro, i tassi di ricollocazione restano bassi. Le persone girano, i contratti si consumano e i lavoratori tornano in lista proprio perché si lavora sullo strumento e non sull’identità, perché si insegna ad apparire e non a essere.
Perché si tratta il sintomo – il CV che non funziona, il colloquio poco efficace – e non la causa: la perdita di chiarezza su sé stessi.
E, con gli occhi di chi ha passato ventiquattro anni in fabbrica, che ha ricevuto una diagnosi di tumore nel 2017, che ha ricostruito tutto da zero, cambiando totalmente vita, posso dire che è fondamentale partire da una certezza: se non sai chi sei, nessuno strumento, nessun corso, nessuna strategia ti salverà.
LO SPAZIO VUOTO CHE OCCUPA IL KINSAISEI
Quando ho creato il metodo Kinsaisei, l’ho fatto esattamente per questo e l’ho creato partendo dalla mia esperienza, dal mio cambiamento, dalle strategie che mi hanno permesso di arrivare alla notorietà in Giappone.
Ho creato il Kisaisei per occupare lo spazio vuoto che il mercato della formazione ignora, lo spazio in cui le persone imparano a guardare i propri fallimenti come cicatrici d’oro da mostrare. Lo spazio in cui si lavora sull’identità prima che sul curriculum, sulla storia prima che sul profilo LinkedIn. Sulla narrazione di sé prima che sulla tecnica di vendita.
Il Kinsaisei parte da un presupposto che la psicologia della comunicazione conosce bene, che Gregory Bateson e Paul Watzlawick, gli studiosi della Scuola di Palo Alto, hanno insegnato: la mappa non è il territorio.
Perciò, il CV è una mappa, il profilo LinkedIn è una mappa, ma se chi deve usare quella mappa non sa dove si trova, da dove viene e nemmeno dove vuole andare, nessuna mappa, per quanto dettagliata, lo porterà mai da nessuna parte.
Il lavoro vero è a monte. È costruire il territorio, è aiutare la persona a vedere la propria vita professionale come una storia con un prima, un durante e un dopo, con rotture che hanno generato apprendimenti e momenti bui che hanno prodotto illuminazioni.
LA LEZIONE DELLA GEOPOLITICA APPLICATA
Nei miei studi di geopolitica e relazioni internazionali, ho imparato una cosa che applico ogni giorno nel coaching: i grandi leader – gli imperatori romani, i diplomatici giapponesi dell’era Meiji, i negoziatori che hanno evitato guerre – non vincevano perché avevano strumenti migliori, ma perché avevano una visione strategica chiara. Perché sapevano chi erano, cosa volevano e quale fossa la loro posta in gioco.
Potevano anche avere eserciti più piccoli, risorse più limitate, alleati meno potenti, ma la chiarezza strategica moltiplicava tutto il resto.
I lavoratori in transizione sono esattamente nella stessa posizione.
Hanno competenze reali, anni di esperienza sul campo e capacità che nessun algoritmo può replicare, ma mancano di chiarezza strategica su sé stessi. E, senza quella, anche il CV più bello del mondo diventa un esercito senza generali, una nave senza timone.
PERCHÉ ADESSO?
Questo non è il momento di aggiungere tecnologia alla formazione, ma è il momento di aggiungervi umanità.
Perché la trasformazione in corso, con l’automazione, l’intelligenza artificiale, le crisi industriali, le riconversioni settoriali, non sta producendo lavoratori che hanno bisogno di imparare a usare nuovi strumenti, bensì esseri umani con la necessità di ritrovare il senso di sé in un mondo che li ha resi improvvisamente fragili.
Persone che guardano il proprio passato e lo vedono come un peso, mentre potrebbe essere la loro leva più potente. Persone che entrano in un colloquio già sconfitte, perché nessuno le ha mai aiutate a capire che la loro storia – proprio quella, con tutte le difficoltà – è ciò che le rende uniche e desiderabili.
Persone che sono state abituate a credere che il lavoro sia per forza entrare in un ufficio o in una fabbrica, timbrando il cartellino, e non esistano soluzioni differenti, che non hanno alcuna informazione in merito alle possibilità per riqualificarsi con corsi accademici da casa, riconosciuti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e non dal fuffaguru su YouTube o su Instagram.
Il sistema formativo attuale, con i suoi corsi tecnici e le sue checklist, è come un medico che cura il raffreddore mentre il paziente ha una polmonite. Fa sentire occupato, fa spendere risorse, produce rendicontazione, ma non guarisce.
IL CAMBIAMENTO CHE SERVE
Il cambiamento che serve non è più tecnologia formativa, ma più umanità nella formazione.
È programmi che partano dall’identità e arrivino agli strumenti, e non viceversa. Il cambiamento è fatto di percorsi che non insegnino come si fa prima di aver capito chi si è.
È formatori che non hanno letto la teoria su un libro, ma che possono raccontarla senza filtri, senza retorica, senza ottimismo da palcoscenico, in stile pubblicitario, del tipo “credici e riuscirai” e altre sciocchezze sul genere.
Io quel fuoco l’ho attraversato. Ventiquattro anni in fabbrica. Un tumore. La ricostruzione totale. Il Giappone, l’università a quarant’anni, il metodo Kinsaisei.
Perciò posso affermare con cognizione di causa che il problema dei lavoratori in transizione è, prima di tutto, questione di identità. E, senza alcun dubbio, so di cosa parlo, so come offrire gli strumenti che funzionano a una persona per rigenerarsi, perché io ho sperimentato questo percorso di crescita su me stesso e ha funzionato.
Oggi rappresento in Italia una società culturale giapponese che realizza eventi in tre continenti, ho una laurea, un Master, una seconda laurea in arrivo.
Ho pubblicato una decina di libri, collaborato con una dozzina di organizzatori in tutta Italia, ho realizzato eventi al Campidoglio, a Roma, e al Palazzo della Provincia di Bari, aiuto artisti e professionisti a riqualificarsi e a costruire percorsi di branding vincenti.
Di me hanno scritto articoli in: Brasile, Spagna, Francia, Scozia, Bulgaria, Romania, Giappone, e io stesso scrivo ogni anno su un catalogo d’arte annuale a diffusione nazionale in Giappone (sono uno dei soli 5 europei a scrivervi e l’unico italiano).
Otto anni fa, invece, ero un numero anonimo su un cartellino, sconosciuto a cento metri da casa mia e con in mano la terza media.
I lavoratori in transizione non hanno bisogno di qualcuno che gli insegni a scrivere un CV o che gli parli di cazzate, ripetute migliaia di volte come mantra, sul benessere aziendale e sulla motivazione in stile “youtuber”, ma necessitano di qualcuno che porti soluzioni e strategie reali, certificate e comprovate per riscrivere la propria storia.
Che tu sia un artista, un professionista, o un CEO, in cerca di successo, il branding è una cosa seria, che merita strategie efficaci, comprovate e che non siano convenzionali e adattabili per tutti, ma uniche e costruite solo su di te. Proprio come quelle che io ho sposato addosso a me, portandomi dove sono oggi.
Se sei a capo di un’agenzia per il lavoro, o di un’azienda strutturata, e vuoi offrire ai tuoi dipendenti, ex dipendenti, futuri dipendenti, lavoratori da ricollocare un servizio innovativo, dalla comprovata efficacia, che funziona nell’offrire strategie e percorsi di crescita reale, qui sotto trovi i miei contatti.
Dott. Pasquale Di Matteo, Comunicazionista, executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei. Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership.
Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha.
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Il mercato non compra la tua perfezione, ma la tua verità più profonda. Mentre i manuali di management insegnano a nascondere le crisi, il metodo Kinsaisei utilizza la logica dei grandi leader della storia per trasformare il tuo punto di rottura nell’unico asset inattaccabile del tuo brand professionale. Smetti di cercare di essere “abbastanza”; impara…

