La domanda che nessuno fa. E che cambia tutto.
Lascia che ti faccia una domanda scomoda.
Non quella che ti fanno al colloquio. Non quella del tuo capo durante la performance review, ma una domanda che probabilmente non ti ha mai fatto nessuno. E che, forse, non ti sei mai fatto nemmeno da solo.
Se domani mattina il tuo ruolo non esistesse più, cioè, se fosse spazzato via dalle Intelligenze Artificiali, chi saresti?
Non “cosa faresti”. Non “dove andresti a lavorare”.
Chi saresti?
Prenditi un momento. Non rispondere d’istinto.
L’AI non ti chiede il permesso
Negli ultimi 18 mesi ho parlato con centinaia di professionisti – manager, analisti, formatori, coordinatori, specialisti HR, project manager, contabili, redattori.
Tutte persone capaci, qualcuna con anni di esperienza alle spalle. Persone che fanno bene il loro lavoro.
E quasi tutti, a un certo punto della conversazione, abbassavano la voce e dicevano la stessa cosa.
“Sai, a volte mi chiedo quanto durerà ancora.”
Non lo dicono nelle riunioni e non lo scrivono su LinkedIn.
Lo tengono dentro, come una preoccupazione di basso livello che ronza costantemente, come una notifica che non riesci a silenziare.
Ma hanno ragione a preoccuparsi.
Il World Economic Forum stima che, entro il 2027, l’AI e l’automazione trasformeranno 85 milioni di posizioni lavorative. McKinsey parla di 300 milioni di posti di lavoro a rischio di automazione parziale o totale entro il 2030 a livello globale.
In Italia, l’ISTAT e diversi studi di settore indicano che tra il 30% e il 40% delle mansioni attuali contiene una quota significativa di task automatizzabili già con le tecnologie disponibili, il che fa presagire che, nell’arco di due o tre anni, saranno svolte da quei software che chiamiamo IA.
Non è fantascienza. Non è nemmeno catastrofismo, ma è ciò che sta già succedendo, silenziosamente, ma in maniera inesorabile.
Il problema non è l’AI, ma che non sappiamo chi siamo senza il ruolo.
Ecco il punto che quasi nessuno dice: l’AI non è il vero problema; il vero problema è che la maggior parte di noi ha costruito la propria identità professionale interamente sul il ruolo.
Sono un project manager, un analista finanziario, un responsabile delle risorse umane, un redattore.
Quella frase, “sono un (ruolo lavorativo)”, suona naturale, quasi ovvia, perché ci hanno abituati a quello fin da piccoli, ma, quando quel ruolo sparisce, evapora anche la risposta alla domanda “chi sono”.
E lì comincia il vero problema.
Non il problema economico, che è reale, ma gestibile, bensì il problema identitario, quello che ti fa alzare la mattina senza sapere dove guardare, quello che trasforma la perdita di un lavoro in qualcosa che assomiglia più a un lutto che a una difficoltà pratica.
L’operaio che dopo 20 anni in produzione non sa più come rispondere alla domanda “chi sei”. Il manager che senza il suo team e il suo ufficio non riesce a finire la frase “io sono…”. La professionista che ha dedicato tutta se stessa a un’azienda e, quando l’azienda l’ha lasciata, si è sentita dissolversi.
Questi non sono casi limite. Sono la norma, Ma, fino a oggi, erano casi quasi isolati, mentre stanno per travolgere almeno la metà dei cittadini.
Io lo so perché ci sono passato. Ho lavorato in fabbrica per 24 anni. Ventiquattro anni di turni, rumore, odore di metallo, mani sporche, stanchezza.
Poi, nel 2017, mi hanno detto che avevo un tumore, che, per fortuna, era benigno, e ne sono uscito.
E nell’attesa, durante i mesi trascorsi tra visite, intervento e ripresa, in cui non sapevo ancora come sarebbe finita, ho aperto un blog e ho iniziato a scrivere.
Ho capito che avevo qualcosa da dire, non sulla fabbrica, ma su quello che la fabbrica mi aveva insegnato sull’essere umano e su quelle che erano le mie passioni.
Comunicazione, psicologia, competenze di leadership sviluppate senza mai aver avuto un titolo. Capacità di gestire la complessità, il conflitto, l’incertezza, costruite sul campo, in astratto, sui libri.
Una conoscenza profonda di cosa significhi stare dall’altra parte, quella dei lavoratori che nessuno ascolta mai davvero e mai con la consapevolezza di hi lavoratore in fabbrica lo è stato davvero.
Non lo sapevo ancora, in quel momento. Ma stavo scoprendo chi ero oltre il ruolo.
LA DOMANDA CHE FA LA DIFFERENZA
Ci sono due tipi di persone di fronte allo tsunami AI: il primo tipo aspetta e spera che non tocchi il suo settore. “Tanto, le cose, magari, cambieranno lentamente.” Continua a fare esattamente quello che ha sempre fatto, aspettando che qualcuno risolva il problema; il secondo tipo si fa una domanda diversa.
Non “il mio lavoro è al sicuro?”, che è la domanda sbagliata, perché sposta tutta l’attenzione su qualcosa che non puoi controllare. La domanda giusta è: “Chi sono io oltre quello che faccio, oltre il mio lavoro?”
“Cosa so fare che non è scritto nel mio contratto? Cosa ho imparato attraverso gli anni che nessun algoritmo può replicare? Cosa valgo come individuo, senza un lavoro? Cosa rimane di me se togli il ruolo in azienda?”
Queste domande non sono filosofia, ma sono diventate strategia professionale.
Chi sa rispondersi, anche in modo approssimativo, ha qualcosa che l’AI non potrà mai avere: una storia, un punto di vista, una visione. Una credenziale umana costruita attraverso l’esperienza vissuta.
Chi non sa rispondersi è vulnerabile e non perché l’AI lo sostituirà, ma perché non sa cosa presentare al mercato quando il ruolo precedente non esisterà più.
QUELLO CHE L’AI NON SA FARE
L’AI è straordinaria nel fare molte cose.
Analizza dati più velocemente di qualsiasi analista umano, scrive testi più rapidamente di qualsiasi redattore e gestisce processi ripetitivi senza errori, senza stanchezza, senza bisogno di pausa pranzo.
Ma c’è una classe di operazioni che l’AI non sa fare e che non saprà fare nel futuro prevedibile.
Non sa costruire fiducia basata su una storia condivisa, non sa leggere il silenzio in una stanza e capire cosa significhi, non sa entrare in una sala piena di operai in transizione e dire “so esattamente come vi sentite perché ci sono stato anch’io”, con la credibilità di chi ci è stato davvero.
Non sa integrare esperienze eterogenee in una prospettiva originale che nessuno ha mai visto prima; non sa fare quella cosa strana e preziosa che si chiama giudizio contestuale: capire perché fare una determinata cosa proprio in questo momento, con quelle persone, in quel contesto specifico.
Queste sono le competenze irriducibili. Quelle costruite attraverso anni di pratica, di errori, di relazioni, di cicatrici. E quasi nessuno le riconosce come tali, perché non stanno nel CV e nessuno le ha mai apprese da un corso.
Ma sono esattamente ciò che cercherà il mercato nell’era in cui le macchine faranno tutto il resto.
LA COSA CHE TI CHIEDO DI FARE ADESSO
Non ti sto chiedendo di cambiare lavoro e nemmeno di fare un corso di prompt engineering o di diventare un esperto di AI, perché non serve.
Ti chiedo una cosa sola – e puoi farlo adesso, mentre leggi questo articolo.
Prendi un foglio. Scrivi come titolo: “Chi sono oltre il mio ruolo?”
Poi rispondi a queste tre domande:
- Quando hai fatto qualcosa al lavoro che ha fatto la differenza negli ultimi dodici mesi? (Non perché eri preparato tecnicamente, ma perché eri tu a farlo)
- Quale problema ti viene naturale risolvere, quello che gli altri ti chiedono di risolvere anche quando non sarebbe strettamente compito tuo, solo perché sei il migliore?
- Se domani il tuo ruolo attuale sparisse, quale parte di te, di quello che sai, di quello che sei, porteresti comunque con te?
- E se non esistesse alcuna possibilità di svolgere alcuna attività lavorativa, chi saresti? Quali competenze avresti, al di là di quelle lavorative?
Le risposte a queste domande sono l’inizio di qualcosa di molto più solido di qualsiasi aggiornamento del CV, l’inizio di un’identità professionale che sopravvive ai cambiamenti tecnologici, alle ristrutturazioni, ai mercati che si riconfigurano.
Chi sa rispondere a quelle domande non dipende dal ruolo per esistere professionalmente. Porta il proprio valore con sé, in qualsiasi contesto e si adatta, non perché è flessibile, ma perché sa esattamente cosa rimane fisso, al centro, mentre tutto il resto cambia.
Ma non è una capacità innata, si costruisce con metodo, con il tempo, con qualcuno che fa le domande giuste.
E tu, hai già la tua risposta?
Scrivila nei commenti, se vuoi. O scrivimi in privato se preferisci.
La conversazione più importante che puoi avere adesso sulla tua carriera è: “Chi sono io? Cosa valgo, indipendentemente da quello che l’AI può o non può fare?”
Dott. Pasquale Di Matteo, Comunicazionista, executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei. Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership.
Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine.
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