di Pasquale Di Matteo
C’è un momento preciso che non ha una data sul calendario, non arriva con un preavviso, ma, di solito, dopo un grande cambiamento, in seguito a un esubero, una promozione che non è arrivata, un’azienda che chiude, un ruolo che finisce, una carriera che sembrava solida, invece si scopre costruita su sabbia.
Arriva quando qualcuno ti fa una domanda normalissima.
“Dimmi di te. Chi sei, professionalmente?”
E tu apri la bocca. E…
Non esce niente.
Non perché tu non sappia parlare o perché tu abbia dimenticato il tuo curriculum, ma perché la risposta che avevi, quella che funzionava, quella che usciva automatica, quella che ti definiva ogni volta che qualcuno chiedeva, non funziona più.
Ma quella nuova non c’è ancora.
E quello spazio vuoto tra la risposta vecchia e quella nuova ha un nome: si chiama crisi d’identità professionale.
Tuttavia, quello che quasi nessuno ti dice è che non stai perdendo la testa, ma stai solo attraversando qualcosa di necessario per cambiare in un mondo che si sta ricreando alla velocità della luce.
ERIKSON SAPEVA UNA COSA CHE I COACH NON DICONO
Erik Erikson è stato uno degli psicologi più visionari del Novecento. Figlio di padre sconosciuto, cresciuto con un patrigno danese di cui portava il cognome senza sentirlo suo, ebreo in Germania negli anni sbagliati, americano adottivo con l’accento straniero, Erikson conosceva la crisi d’identità come meglio non si può.
Forse per questo ne ha scritto con una precisione che nessun altro ha mai puntualizzato meglio.
La sua tesi centrale era scomoda e controcorrente per l’epoca: le crisi d’identità non sono patologie da evitare, bensì fasi necessarie dello sviluppo. Non ci si costruisce intorno alla crisi, ma attraverso.
Questa distinzione sembra sottile, ma non lo è.
Se la crisi è una patologia, la risposta logica è eliminarla il prima possibile, quindi trovare un nuovo lavoro in fretta per tornare a una definizione di sé rassicurante. Riempire il vuoto con qualcosa, qualsiasi cosa, che faccia smettere il disagio.
Se la crisi è una fase necessaria, la risposta cambia completamente. Non si tratta di eliminarla, ma di attraversarla con intelligenza.
I QUATTRO STATI DI MARCIA. UNA MAPPA CHE PROBABILMENTE TI RIGUARDA
James Marcia era uno studente di Erikson. Negli anni Sessanta, ha preso la teoria del suo maestro e l’ha trasformata in qualcosa di operativo, una mappa degli stati dell’identità che, a distanza di sessant’anni, continua a descrivere con precisione quello che accade in moltissimi individui.
Marcia ha identificato quattro stati, definiti in base a due variabili: la presenza o l’assenza di esplorazione (stai cercando attivamente chi potresti essere?) e la presenza o assenza di impegno (hai già scelto chi sei?).
Il risultato sono quattro combinazioni, tutte reali e riconoscibili.
La Diffusione è lo stato di chi non esplora e non si impegna. Nessuna ricerca, nessuna scelta, nessuna direzione. Non è serenità, ma si vive alla deriva. È il professionista che va avanti per inerzia pura, che non sa cosa vuole perché non se lo è mai domandato, che cambia contesto senza mai cambiare davvero.
La Diffusione è lo stato più silenzioso e il più costoso, perché non produce dolore acuto, ma una sorta di anestesia agli eventi.
La Forclusione (blocco dell’identità) è lo stato di chi si impegna senza aver esplorato. L’identità è ferma, definita, solida in apparenza, ma è solo ereditata, non scelta. È il figlio che entra nell’azienda di famiglia senza chiedersi se è quello che voleva davvero.
È il manager che ha sempre fatto quella cosa e continua a farla perché non ha mai considerato alternative.
La Forclusione sembra sicurezza, ma è solo restare nella zona di comfort.
La Moratoria è lo stato della crisi costruttiva. Esplorazione attiva, ma impegno ancora assente. Il vecchio non funziona più, il nuovo non è ancora chiaro.
È il momento in cui non sai rispondere alla domanda su chi sei professionalmente ed è una situazione destabilizzante, spesso dolorosa, quasi sempre mal compresa da chi ti sta intorno, che ti chiede di deciderti, di smettere di tentennare, di tornare a essere quello di prima.
La Moratoria è il momento più difficile, ma anche quello più produttivo.
Il Completamento è lo stato di chi ha esplorato e poi scelto. Non è certezza assoluta, ma è chiarezza sufficientemente solida da permettere di agire. L’impegno non è definitivo per sempre, tuttavia è abbastanza reale da costruirci sopra qualcosa.
DOVE SEI ADESSO?
Leggendo queste quattro descrizioni, probabilmente hai già sentito un riconoscimento da qualche parte.
Forse la Diffusione ti ha descritto un periodo che hai attraversato, o che stai attraversando adesso, senza averlo ancora nominato.
Forse la Forclusione ti ha mostrato qualcosa di scomodo su scelte che pensavi fossero tue e che invece erano di qualcun altro.
Magari, la Moratoria ti ha colpito perché è dove ti trovi adesso e quella conferma ha aumentato il disagio, perché nominare la crisi la rende più reale, ma l’ha anche resa meno opprimente, perché le cose con un nome sono gestibili in modo diverso da quelle che restano nell’anonimato.
La domanda che ti lascio aperta, per un’attenta riflessione su di te, è quella che vale la pena portare con te qualche giorno prima di risponderle in fretta: in quale dei quattro stati ti ritrovi adesso, rispetto alla tua carriera?
Non quello in cui vorresti essere. Quello in cui sei incastrato realmente.
LA MORATORIA NON È UN ERRORE DA CORREGGERE
Qui c’è qualcosa che voglio dirti con chiarezza, perché il contrario di questo viene venduto ovunque.
La Moratoria non va risolta in fretta, ma va attraversata, compresa, vissuta.
Il mercato della formazione, del coaching, del personal branding, vende quasi sempre la stessa cosa in mille forme diverse: come uscire dalla crisi il prima possibile, come trovare subito la tua nuova identità professionale, come tornare operativo nel minor tempo possibile.
È comprensibile, perché una crisi è dolorosa e il disagio spinge a cercare sollievo rapido. Inoltre, il sollievo rapido si vende bene.
Ma quasi sempre, chi esce troppo in fretta dalla Moratoria non approda al Completamento, bensì a una nuova Forclusione, un’identità costruita senza consapevolezza e solo per fuggire dal disagio. Un’identità che sembra nuova e invece è solo la risposta meno dolorosa disponibile in quel momento.
Funziona per qualche mese, poi la Moratoria torna più pesante di prima, perché porta con sé la stanchezza di aver già cercato di risolvere quello che invece andava vissuto.
IL KINSAISEI E IL PASSAGGIO CHE CONTA
Il metodo Kinsaisei non promette di toglierti la crisi, ma promette di accompagnarti attraverso quella crisi con strumenti concreti, in modo che quando esci dall’altra parte, quello che trovi sia qualcosa di tuo, di scelto e testato.
Abbastanza solido da reggere i contesti che cambiano, le tecnologie che avanzano, i mercati che si riconfigurano.
Il Kinsaisei lavora sulla Moratoria dall’interno, senza accelerare il processo, ma strutturandolo. Costruendo, un incontro alla volta, le domande giuste invece delle risposte rapide. Aiutando a nominare i talenti che già ci sono, ma che non si riconoscono come tali.
Costruendo una storia professionale che non si rompe al primo cambiamento perché è fondata su qualcosa più profondo del ruolo, del settore, del titolo.
Il momento in cui non sai più rispondere alla domanda su chi sei professionalmente non è il momento peggiore della tua carriera, ma quello in cui la tua carriera inizia a diventare davvero tua.
Se hai letto uno di quei quattro stati e hai pensato “questo sono io adesso”, scrivimi. Non per venderti qualcosa, ma continuare la conversazione.
Dott. Pasquale Di Matteo, Comunicazionista, executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei. Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership.
Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine.

