di Pasquale Di Matteo
Ho appena finito di provare un brano di Rieding al violino; in SI minore, malinconico e… ma non è di violino che voglio parlarti.
È di una cosa che vedo ogni giorno nei professionisti che seguo, artisti, professionisti, piccoli imprenditori, persone che cercano un lavoro o di cambiare vita.
L’errore più grande che vedo non è la mancanza di competenze, ma la vergogna di volersi far conoscere.
Ieri ho sentito un imprenditore dire: “Io non voglio fare personal branding. Non è da me.” Come se parlare di sé fosse volgare, come se aspettare che qualcuno lo scopra fosse più nobile.
Eppure, basterebbe solo studiare la storia per capire che il coraggio distingue il successo dal fallimento.
Era il 1933 e il fumo saliva ancora dalle macerie del Reichstag. Hitler aveva già capito tutto: la paura è un’arma solo se la porti addosso come un amuleto, non se la nascondi sotto le scarpe e lui la sfoggiava come un mantello.
Ma questa non è la sua storia. Questa è la storia di chi la paura l’ha guardata in faccia e ha deciso di trasformarla in una mappa.
Tu adesso pensi ai tuoi clienti che non arrivano, al post che non hai scritto, alla riunione in cui sei rimasto in silenzio perché “non volevi sembrare presuntuoso”.
Nel frattempo, qualcun altro, meno bravo di te, sta parlando. E sta vincendo.
Siediti. Prendi un caffè e sorseggialo.
Ti racconto quattro modi di tenere il mondo per il collo e un errore, invece, che fanno tutti.
BISMARCK: IL SILENZIO CHE TAGLIA
Berlino, settembre 1862.
Il parlamento prussiano ha appena bocciato la riforma militare di Guglielmo I. Il re è pronto ad abdicare e tutti tremano.
Otto von Bismarck viene chiamato all’ultimo minuto. Non è amato, non è gradito ed è un junker, un nobile di campagna, con gli occhi piccoli e la bocca larga.
Entra nella stanza. Sente l’odore della paura che sa di sudore, cera di candele, tabacco raffermo.
Il re gli dice: “Vedete bene come finirà?”
Bismarck non risponde. Aspetta.
Poi, con una calma che gela l’aria, sussurra: “Io so aspettare.”
Non alza la voce. Non promette miracoli. Non chiede nulla, perché è già dentro, è già nel ruolo.
L’influenza non si chiede, ma si esercita.
Non devi convincere nessuno che sei il leader. Devi solo essere già lì quando il trono vacilla e devi comportarti da leader.
Tre giorni dopo, Bismarck diventa ministro-presidente e pronuncia il discorso del “sangue e ferro”.
Ora tu.
Nella prossima riunione, smetti di giustificarti. Smetti di dire “io penso che…”. Parla per fatti. Usa il silenzio come uno scalpello e quando tutti cercano parole, tu resta in piedi senza parlare.
La tua presenza diventerà una domanda e loro riempiranno il vuoto.
CHURCHILL: LA VULNERABILITÀ COME TRINCEA
Maggio 1940.
La Francia cade e l’Inghilterra è sola.
Churchill entra alla Camera dei Comuni con una faccia scura. Porta sangue, fatica, lacrime e sudore.
Non dice “ce la faremo”, ma “non ho altro da offrire”.
Quella è la mossa geniale, la vulnerabilità funzionale, la vulnerabilità che diventa trincea.
Churchill sa che la paura è contagiosa, ma sa anche che la paura nascosta diventa panico, perciò, lui la nomina, la mette sul tavolo.
Tu, professionista, artista, responsabile…
Quante volte hai nascosto i tuoi fallimenti? Quante volte hai finto che andasse tutto bene, mentre dentro avevi il tumore benigno che non sai se è maligno?
Perdonami l’immagine un po’ forte, ma è una condizione che ho sperimentato sulla mia pelle e so bene cosa significhi.
Io l’ho fatto. Ho aperto un blog mentre camminavo col bastone per il dolore.
Ho scritto di Chagall perché avevo paura di morire senza aver detto niente, senza aver fatto niente, senza aver realizzato niente.
E quella paura è diventata il mio biglietto da visita più efficace e potente.
AUGUSTO: LA LENTEZZA CHE VINCE
Dopo l’uccisione di Cesare, Ottaviano ha 19 anni.
Tutti lo sottovalutano; Antonio lo chiama “il bambino”, ma lui non reagisce, non attacca.
Compra il tempo.
Passano anni. Ottaviano perde battaglie, fa alleanze sporche, si allea con i nemici di ieri.
Non ha fretta. Mentre Antonio insegue Cleopatra in Egitto, Ottaviano costruisce il consenso a Roma, mattone su mattone, promessa su promessa.
Nel 31 a.C., ad Azio, non è più un bambino, ma l’unico rimasto in piedi.
La strategia dell’accumulo silenzioso. Non devi vincere battaglie oggi, ma essere ancora lì quando gli altri si saranno bruciati.
Tu hai fretta.
Vuoi il cliente subito, la visibilità ora, il like tra cinque minuti e la notorietà il prima possibile.
Intanto, bruci relazioni, salti passaggi, bruci la pazienza. Augusto, invece, insegna che la vera forza è non aver bisogno di dimostrare nulla subito.
Lascia che gli altri si consumino
Nel frattempo, tu analizzati e valuta quali sono le tue lacune e studia per migliorarti, scrivi, pianifica.
Fai un passo piccolo per volta, ma solido. Ogni giorno.
KENNEDY: IL MOMENTO IN CUI NON SPAZZI
Ottobre 1962.
I sottomarini sovietici puntano su Cuba. Le foto aeree mostrano rampe missilistiche. I generali americani vogliono bombardare subito, ma Kennedy dice: “No. Aspettiamo.”
Tredici giorni.
Il mondo trattiene il respiro. Kennedy non cede ai falchi, non cede alla paura di apparire debole.
Invece di colpire, blocca, invece di urlare, scrive una lettera a Krusciov.
Invece di alzare la voce, abbassa la tensione.
Alla fine, i sovietici ritirano i missili.
Kennedy non festeggia, non gli serve. Ha avuto paura, ma quella paura l’ha usata come freno per ragionare, per tenere ben saldo il timone nella tempesta, non come acceleratore.
Quando tutti gridano “fai qualcosa”, tu chiediti: “È davvero necessario?”
La migliore mossa possibile, a volte, è non muovere un dito.
Tu, nella tua carriera, hai mai risposto a una provocazione? A un commento cattivo?
A un cliente che ti ha mancato di rispetto?
Hai mai reagito di pancia, solo per dimostrare che non avevi paura?
Ecco, Kennedy ti dice che il vero leader sa restare fermo quando il termometro della paura tocca il rosso.
LA MANCANZA DI UN ERRORE CHE LI ACCOMUNA TUTTI
Augusto, Bismarck, Churchill, Kennedy. Quattro modi diversi. Un errore identico che nessuno di loro ha mai fatto.
Non hanno mai avuto vergogna di volersi far conoscere.
L’errore più grande che vedo in giro, invece, è la vergogna di volersi far conoscere, come se chiedere visibilità fosse arroganza, come se essere bravi in silenzio fosse una virtù.
Bismarck non ha aspettato che qualcuno lo scoprisse, ma si è messo davanti al re e ha occupato lo spazio. Churchill non ha nascosto la sua impotenza, ma l’ha trasformata in un discorso memorabile.
Augusto ha costruito visibilità per quarant’anni, senza mai fermarsi e Kennedy ha usato la sua immagine pubblica come uno scudo, fino a farne un’icona.
Loro non avevano Instagram, non avevano Linkedin e nemmeno un blog, ma avevano la stessa paura che hai tu: “E se gli altri pensano che sono un venduto, un esaltato, un arrogante, un presuntuoso, un cretino?”
Te lo dice uno che ha passato 24 anni in fabbrica perché pensava che il suo posto fosse quello.
Poi un tumore all’inguine, il bastone, il blog. E una galleria d’arte di Parma che lesse un mio articolo su Chagall.
Da lì, di nuovo gli studi, l’università, il Master.
Oggi rappresento il Giappone in Italia. Non perché io sia il più bravo o un fenomeno, ma perché ho smesso di vergognarmi di essere ciò che sono.
E se a qualcuno non piaccio, pazienza. Lo segnerò sull’agenda delle cose di cui non mi importa un cazzo.
RICORDA!
Il silenzio non paga le bollette e non aiuta nessuno a trovarti quando ha bisogno di te.
Perché non dovresti fare personal branding?
Non rispondere a me. Rispondi a te stesso. E poi fai quello che farebbe Bismarck: occupa lo spazio. Anche se tremi, anche se non hai il diploma, anche se hai paura.
La paura non si nasconde. Si usa.
O sarà lei a usare te.
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