LO SPECCHIO NEL TUO SGUARDO. PERCHÉ GIUDICARE GLI ALTRI È LA CONFESSIONE PIÙ INTIMA DELLA TUA FRAGILITÀ

Nella vita di ogni relazione umana, arriva un momento in cui lo sguardo si fa duro, in cui non comprendi il comportamento o le parole di un’altra persona.

Vedi uno sconosciuto che urla al telefono in un bar e pensi: “Che maleducato. Io non lo farei mai”. Vedi un collega che prende una scorciatoia e “Io sono molto più corretto”. Vedi un amico che sceglie una strada diversa dalla tua, un artista che usa un linguaggio che non comprendi, un politico che prende una decisione che ti sembra scellerata, qualcuno che indossa un abito che per te non è opportuno a una specifica circostanza… una qualsiasi cosa che non è ciò che faresti o diresti tu, così scatta la trappola e la sentenza è servita.

Ma se ti fermassi un istante a riflettere, se congelassi il tempo in quell’attimo di condanna, potresti vedere qualcosa di inquietante. Potresti renderti conto che il giudice che hai innalzato sul piedistallo non sta guardando l’imputato, ma sta fissando la propria immagine riflessa nel pavimento di marmo dell’aula.

Perché, quando giudichi, non stai descrivendo l’altro, ma stai firmando una deposizione spontanea e dettagliata su chi sei tu.

Benvenuto nel paradosso della comunicazione umana.

IL TEATRO DELLE PROIEZIONI: DOVE LA PNL INCONTRA LA PSICHE

C’è un detto che ricordiamo spesso noi esperti di Comunicazione: una mappa non è il territorio.

Tradotto, significa che la tua rappresentazione del mondo non è il mondo, ma solo il tuo punto di vista sul mondo. Perciò, per comprendere il mondo, dovresti ricordare sempre di cancellare il tuo modo di vedere le cose e provare a osservarlo con occhi diversi, non con i tuoi.

Eppure, quando giudichi, fai esattamente l’errore opposto. Prendi la tua mappa, con i suoi confini tracciati dalla tua educazione, le sue montagne erette dalle tue paure, i suoi fiumi scavati dalle tue fermezze, e pretendi che sia l’unica mappa valida per l’intero pianeta.

È un atto di arroganza cognitiva, certo che viene praticato senza neppure rendersene conto, ma è anche qualcosa di più profondo, perché è un vero e proprio grido di aiuto del tuo sistema di credenze.

Ogni volta che emetti una sentenza morale su un’altra persona, stai dicendo all’universo: “Io, in quella situazione, avrei fatto così”. E, in quell’”io avrei fatto…”, c’è un’intera biografia che cerca di essere raccontata, ci sono i libri che hai letto, le ferite che hai subito, le persone che ti hanno amato o tradito, l’educazione che hai avuto, i soldi che hai avuto o che ti sono mancati, le notti in cui hai pianto e i giorni in cui hai vinto.

Nel tuo giudizio sull’altro, racconti la tua storia, non la sua. Il tuo giudizio è un tuo problema, non il suo.

L’altro, quello sul banco degli imputati nel tribunale della tua coscienza, ha una mappa completamente diversa dalla tua. Lui ha attraversato deserti che tu hai solo visto in fotografia, ha scalato vette che tu non sai nemmeno dove siano. Magari, è stato morso da serpenti che tu hai sempre creduto innocui.

Ovviamente, si tratta di metafore, ma rendono bene l’idea.

Pretendere che un’altra persona agisca secondo il tuo manuale di istruzioni è come pretendere che un pesce voli rispettando le leggi dell’aerodinamica.

LA SOCIOLOGIA DELLA DEBOLEZZA

Nella mia esperienza, vedo spesso professionisti, anche di successo, artisti affermati, imprenditori potentissimi. Uomini e donne che hanno costruito imperi.

E sai qual è la loro più grande paura? Non è il fallimento economico, ma quella di non essere abbastanza.

Giudicare è un meccanismo di difesa primitivo, una corazza. È un modus operandi che ti consente di innalzare te stesso a Dio, a oracolo, a Giudice Supremo.

E, se il giudice sei tu, allora ti senti al sicuro, non devi metterti in discussione, non devi ammettere che forse, in altre circostanze, con altre frequentazioni, con altri studi, con un’altra educazione, con altre esperienze e letture, anche tu avresti potuto essere quel “maleducato” al telefono, quel collega “senza etica”, quell’artista “incomprensibile”. E, forse, quella persona che ti sembrava vestita in maniera inopportuna incontrerebbe, invece, il tuo gusto.

L’identità è un costrutto relazionale per cui noi siamo il prodotto delle nostre interazioni.

Giudicare l’altro significa negare questa verità, significa credere di essere fatti di virtù e verità anziché di carne e ossa, in un mondo liquido di vizi.

Ma la verità è che il giudizio è l’ammissione di un fallimento, un modo per confessare che non hai la forza, la flessibilità, la cultura, il coraggio, l’intelligenza emotiva per uscire dal tuo bozzolo e vedere il mondo con occhi diversi.

È una paralisi dell’anima che, attraverso il giudizio sugli altri, indossa una maschera da integrità morale, nella speranza che nessuno si accorga della sua vera essenza.

Il giudizio sugli altri avviene per un meccanismo interiore di difesa che funziona come un thriller.

Sei in una stanza piena di specchi. In ogni specchio, però, non vedi te stesso, ma una persona diversa. Un clochard. Un manager spietato. Un’attivista arrabbiata. Un politico corrotto. Un pagliaccio in chiesa, durante un matrimonio.

E tu, armato solo del tuo metro di giudizio, inizi a condannarli uno per uno. “Lui è sporco”, “Lei è troppo aggressiva”, “Lui è un ladro”. “Cosa ci fa un pagliaccio a un matrimonio? Come si è vestito?!“

A un certo punto, ti accorgi che gli specchi si stanno offuscando. Su ciascuno, sotto il riflesso di quelle immagini, compare il tuo volto. I contorni si sovrappongono. Il clochard ha i tuoi occhi. Il manager ha la tua stessa piega amara sulla bocca. L’attivista urla con la tua stessa rabbia repressa. Il pagliaccio ha il tuo stesso sorriso.

Comprendi di essere in una prigione, dove non ci sono sbarre alle finestre, ma solo barriere erette da te, ogni volta in cui hai emesso una sentenza.

Questo è l’orrore del giudizio, che, come mi auguro avrai capito, non è un atto di giustizia, ma un atto di auto-reclusione. Ti chiudi nella fortezza del tuo Ego, convinto di difendere la verità assoluta, mentre stai solo sigillando le finestre da cui potresti vedere l’infinità dei punti di vista e delle verità possibili.

LA STRADA DELL’INTELLIGENZA: DAL GIUDIZIO ALLA CONSAPEVOLEZZA

Allora cosa facciamo? Diventiamo tutti santoni che non hanno opinioni?

No. Sarebbe un’altra forma di menzogna.

Il punto non è non giudicare, bensì sapere che, quando lo fai, stai parlando di te.

Già questo è un passaggio di consapevolezza straordinario.

La prossima volta che senti montare l’indignazione, la prossima volta che la frase “io non avrei mai…” ti sale sulla lingua, fermati e spezza le parole tra i denti.

Trattieni il respiro per un secondo e chiediti: “Cosa sta dicendo questo giudizio su di me? Quale mia paura sta toccando? Quale mia mancanza sto cercando di proteggere? Quale parte di me, che non ho il coraggio di guardare, si sta specchiando in quella persona?”

Vedrai come il giudice che è in te si trasformerà in un esploratore e come le pareti del tribunale della tua coscienza crolleranno, per lasciare intorno a te orizzonti da scoprire.

E lì, in quel viaggio alla scoperta di te stesso e del mondo, scoprirai che gli altri non sono lì per essere giudicati, ma per essere compresi. E, nel tentativo di comprendere loro, alla fine, inizierai a comprendere davvero te stesso.

Perché l’altro, in fondo, è solo lo specchio che ti sei scelto per vederti meglio. A volte è uno specchio sporco, a volte è deformante, a volte è così limpido che fa paura. Ma è sempre l’unico che hai per guardarti veramente.

Perché gli altri, quelli fatti delle persone che giudichi uguale a te, sono solo specchi di comodo, zone di comfort in cui ti senti a casa. Ovviamente, non sto dicendo che chi è uguale a te sia sbagliato o che lo sia tu, ma solo che nessuno è uguale a te e pochissimi sono le persone simili. Il mondo è una varietà infinita di storie, di coscienze e di anime.

Smetti di giudicare. Inizia a guardare.

Potresti non piacerti, all’inizio. Ma è l’unico modo per diventare, finalmente, la persona che sei davvero, e non il dio di carta che hai cercato disperatamente di essere.

Dott. Pasquale Di Matteo

info@pasqualedimatteo.com

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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