LEZIONI DI COMUNICAZIONE DALLE RELAZIONI INTERNAZIONALI, PER LA VITA QUOTIDIANA

Mi hanno sempre detto che sono strano.

Per anni, mentre alcuni leggevano un paio di libri sulla PNL e si autoproclamavano guru della comunicazione e coach super fighi, io studiavo, superavo esami, ottenevo lauree e master.

Mentre alcuni coach parlavano di respirazione consapevole e visualizzazione creativa, io tiravo fuori mappe geopolitiche.

Mentre loro consigliavano libri di crescita personale, io suggerivo biografie di diplomatici e saggi sulla Guerra Fredda.

All’inizio ci rimanevo male. Pensavo: “Forse sbaglio io. Forse dovrei essere più normale. Più come loro”.

Poi ho capito.

La verità è che la Storia è il più grande manuale di relazioni umane mai scritto. Solo che pochi hanno imparato a leggerlo.

In verità, diciamocelo: pochi lo hanno imparato. Punto.

Eppure, non servono corsi costosi. Non servono tecniche segrete. Basta guardare cosa è successo quando le nazioni – come le persone – hanno sbagliato tutto. E cosa è successo quando, invece, hanno trovato la via giusta da intraprendere.

Ok, dai, prendi un caffè. Mettiti comodo. Ti racconto tre storie che ti cambieranno per sempre il modo di vedere le tue relazioni personali.

PRIMA STORIA: LA FINE DELL’IMPERO (E COSA SUCCEDE QUANDO VUOI VINCERE TROPPO)

Immagina di essere a Parigi, giugno 1919.

Fuori, la città è in festa. La guerra è finita. I cannoni tacciono. I soldati tornano a casa, almeno, quelli che sono sopravvissuti.

Dentro la Reggia di Versailles, nella famosa Sala degli Specchi, i potenti della Terra stanno scrivendo il futuro. Ci sono i “Quattro Grandi”. La Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Italia. CI sarà anche il Giappone, ma non ci sarà nessuno degli sconfitti.

Clemenceau ha gli occhi di chi ha visto il suo paese devastato. La Francia è un cimitero a cielo aperto: case distrutte, fabbriche rase al suolo, giovani che non torneranno mai più.

Lui vuole una cosa sola: che la Germania paghi. Cerca vendetta. Vuole che paghi fino all’ultimo centesimo, che venga punita così duramente da non poter più rialzare la testa.

E così firmano.

La Germania perde il 13% del suo territorio, il 10% della sua popolazione, tutte le colonie, il 48% dell’acciaio. L’esercito viene ridotto a 100.000 professionisti e nulla più. Niente carri armati, niente aerei, niente sottomarini.

E poi c’è l’articolo 231. La “clausola di colpevolezza”. Quella che mette nero su bianco: “La Germania è l’unica responsabile della guerra. È indegna di possedere colonie.”

I delegati tedeschi vengono convocati solo alla fine, solo per leggere il verdetto, solo per firmare. Chi protesta viene minacciato: o firmi, o riprendiamo la guerra.

Clemenceau esce dalla sala soddisfatto. Ce l’ha fatta. La Francia è vendicata, la Germania è in ginocchio e la pace è assicurata.

Peccato che duri vent’anni esatti.

Nel 1939, Hitler, che ha fatto della revisione del Trattato di Versailles la sua battaglia politica, invade la Polonia. Scoppia la Seconda Guerra Mondiale. E sarà molto peggio della prima.

Perché?

Perché le paci che umiliano non sono paci, ma soltanto armistizi in attesa di vendetta.

I tedeschi non hanno dimenticato. Non hanno perdonato. Il risentimento è rimasto lì, sotto la cenere, a covare per due decenni, e, quando è tornato a galla, ha travolto tutto.

Ora, fermati un attimo. Pensa alle tue relazioni umane.

Quante volte hai voluto “vincere” una discussione? Quante volte hai preteso che l’altro ammettesse tutte le sue colpe? Quante volte hai imposto condizioni così dure da lasciarlo in ginocchio?

La lezione di Versailles è semplice e terribile: se umili chi ami, prepari la tua sconfitta futura.

L’altro si piegherà, forse. Firmerà la tua pace, forse. Ma, dentro, continuerà a covare rancore e, un giorno, quando meno te lo aspetti, tornerà a colpirti. O, peggio: se ne andrà, e non tornerà più.

I diplomatici lo chiamano “effetto boomerang”. Io lo chiamo “stupidità di chi vuole vincere” troppo.

Clemenceau poteva essere magnanimo, poteva tendere una mano. Poteva costruire una pace vera, basata sulla collaborazione, non sull’umiliazione.

Non lo fece. E il mondo pagò a caro prezzo la sua scelta e quella degli altri attori di quei trattati.

Ok, stai già pensando a cosa farai nella tua prossima discussione, vero?

SECONDA STORIA: I TREDICI GIORNI (E COME SI EVITA L’APOCALISSE)

Adesso voliamo a Washington, ottobre 1962.

Sono le 9 del mattino del 16 ottobre, quando un aereo spia U-2 atterra dopo un volo su Cuba. Il pilota consegna i rullini. I tecnici della CIA li sviluppano in fretta, poi corrono nello Studio Ovale.

John Fitzgerald Kennedy guarda le foto e gli si gela il sangue nelle vene.

Missili. Decine di missili sovietici in fase di installazione a Cuba, a 90 miglia dalle coste americane. Missili che possono trasportare testate nucleari, pronti a colpire Washington, New York, tutte le principali città degli Stati Uniti in meno di cinque minuti.

Inizia così la crisi dei missili di Cuba. Tredici giorni che hanno fatto trattenere il respiro al mondo intero.

Kennedy convoca i suoi consiglieri. I generali gli dicono tutti la stessa cosa: “Dobbiamo bombardare subito. Distruggiamo le basi. Facciamogli vedere chi comanda”.

Sembra la scelta giusta, la più virile. Quella che ti aspetteresti da un presidente americano da cinema di Hollywood.

Ma Kennedy ha un dubbio.

Chiama suo fratello Robert, che diventa il suo emissario segreto. Inizia a lavorare su un canale di comunicazione parallelo con i sovietici, scrive lettere a Kruscev che nessun altro legge. Riceve risposte che legge solo lui.

Nel frattempo, la tensione sale. Il 27 ottobre, succedono tre cose in un giorno solo. Un aereo americano U-2 viene abbattuto su Cuba, e il pilota Rudolf Anderson muore; un secondo U-2 sbaglia rotta e finisce nello spazio aereo sovietico; un sottomarino sovietico B-59, con un siluro nucleare a bordo, viene preso di mira dalla marina americana.

Per usare quel siluro bastava il consenso di tre ufficiali. Due erano d’accordo. Uno, Vasili Arkhipov, disse no.

L’apocalisse fu evitata grazie a questo ufficiale russo di cui i più non hanno mai sentito parlare.

Kennedy, alla fine, sceglie la via più difficile. Non bombarda, non attacca.

Blocca le navi sovietiche al largo di Cuba, ma utilizza una terminologia particolare: dice “mettiamo in quarantena”, perché “blocco” suona come atto di guerra. Intanto tratta.

Alla fine, i sovietici ritirano i missili da Cuba. Gli americani, in gran segreto, ritireranno i loro missili Jupiter dalla Turchia, ma la cosa trapelerà soltanto decenni dopo, perché gli USA non volevano perdere la faccia.

Nessuno dei due perde la faccia, in verità. Nessuno dei due “vince” o “perde” davvero. Entrambi, però, salvano il mondo.

Ora pensa alle tue crisi.

Quelle in cui tutto sembra perduto. Quelle in cui il tuo partner ti ha tradito, o il tuo capo ti ha umiliato, o un amico ti ha deluso. Quelle in cui dentro di te senti solo una voce: “Devi reagire. Devi colpire. Devi fargliela pagare”.

Rabbia, angoscia, frustrazione. Sono le emozioni che prendono il sopravvento in quei momenti, quando la cosa più scontata e più facile sembra reagire, colpire, vendicarsi.

Tuttavia, la lezione di Cuba è una sola: nei momenti di massima tensione, la via più difficile è quasi sempre quella giusta.

Kennedy poteva ascoltare i generali. Sarebbe stato popolare, sarebbe stato applaudito. Ma avrebbe scatenato l’olocausto nucleare. Sarebbero morti i suoi nemici, forse. Ma, probabilmente, sarebbe morto anche lui.

Invece, scelse la pazienza, la diplomazia. Cercò una strategia diversa, un canale segreto. Una via d’uscita onorevole per tutti.

Nelle tue relazioni, funziona allo stesso modo. Quando la lite è al culmine, quando sembra che solo la vittoria possa salvarti, fermati un attimo. Prenditi del tempo per soffocare la rabbia.

Chiediti: “Qual è la via d’uscita che permette a entrambi di salvare la faccia? Qual è il compromesso che evita la distruzione? Cosa farebbe Kennedy?”

I generali ti diranno che sei debole. I tuoi amici ti diranno che ti stai facendo mettere i piedi in testa, che non ti comporti da uomo. Ma i generali e gli amici non vivranno le conseguenze della tua scelta. Tu sì.

E, cazzo, se Kennedy ha ingoiato amaro e salvato il mondo con ordigni nucleari pronti a piovergli sulla testa, quale motivo più importante potrai mai avere tu, per comportarti diversamente?

E ricordati di Vasili Arkhipov. L’uomo che disse no. L’uomo che, con un gesto, salvò il mondo nonostante fosse in scacco.

Nelle tue relazioni, a volte, dire no alla guerra è l’unico modo per non distruggere tutto.

TERZA STORIA: LA NOTTE IN CUI I MURI CROLLARONO

Berlino, 9 novembre 1989. Ore 18:53.

Günter Schabowski, un funzionario della Germania Est con l’aria stanca, tiene una conferenza stampa. Dovrebbe annunciare le nuove regole per i viaggi all’estero. Un provvedimento minore, niente di che.

Ma Schabowski è stato in vacanza, perciò non ha partecipato alle ultime riunioni. Non conosce i dettagli. Quando un giornalista gli chiede: “Da quando entrano in vigore le nuove disposizioni?”, lui cerca sulla carta che ha in mano, ma non trova risposta, quindi improvvisa: “Per quanto ne so… entrano in vigore immediatamente”.

Non era vero. Le regole dovevano partire il giorno dopo, con calma, con procedure precise. Ma lui non lo sapeva e, ormai, la televisione l’aveva trasmesso in diretta.

A Berlino Est, migliaia di persone vedono l’annuncio ed escono di casa. Si incamminano verso il Muro. Sono confusi, increduli, speranzosi.

Ai valichi di frontiera, le guardie non sanno cosa fare, i telefoni squillano a vuoto, i superiori non rispondono. Nessuno ha ricevuto ordini.

Nessuno sa se aprire o sparare.

La folla cresce. Diventa migliaia, poi decine di migliaia di persone. Qualcuno comincia a gridare: “Wir sind das Volk!” (Noi siamo il popolo).

Alle 22:45, al valico di Bornholmer Strasse, un ufficiale di nome Harald Jäger prende una decisione. Da solo, senza ordini, contro ogni regolamento: alza la sbarra.

La folla si riversa oltre. Piange, ride, abbraccia gli sconosciuti dall’altra parte. Il Muro, quel mostro di cemento armato che per 28 anni ha diviso famiglie, amici, amori, in una sola notte diventa un simbolo di un passato giunto quasi all’improvviso.

La gente ci sale sopra, lo scalpella, ne porta via pezzi come souvenir, come fossili di una storia già preistoria.

Ora chiudi gli occhi. Pensa ai tuoi muri.

Quelli che hai costruito con le tue mani.

Con i tuoi silenzi.

Con il tuo orgoglio.

Con i tuoi “tanto non cambierà mai”.

Il muro con tuo padre, che non senti da anni. Quello con tua figlia, che ormai non ti parla più. Quello con il tuo ex, che continui a odiare. Quello con te stesso, che ti impedisce di essere felice.

La lezione del 9 novembre è la più bella e la più crudele: i muri cadono sempre. Semmai, cadranno addosso a te, o li abbatterai prima?

Il Muro di Berlino sembrava eterno. Sembrava impossibile da scavalcare.

Aveva resistito 28 anni ed era costato la vita a centinaia di fuggitivi. Invece, in una notte, per un errore in una conferenza stampa, per una guardia che decise di alzare una sbarra, è finito tutto.

I muri sono fatti così. Sembrano solidi, ma, in realtà, sono fragilissimi. Basta un attimo di esitazione delle guardie, basta una parola detta al momento giusto, basta un gesto di coraggio e… crollano.

Tu hai dentro di te la guardia che alza la sbarra. Hai il coraggio di farlo o aspetti che il muro ti crolli addosso?

COSA INSEGNA LA STORIA (E PERCHÉ NON È SOLO PASSATO)

Io queste storie le ho studiate sui libri. Le ho analizzate, messe a confronto, sviscerate a livello storico, filosofico, sociologico. Poi, in un certo senso, le ho vissute.

Nel dicembre del 2017, quando il mio corpo ha deciso di tradirmi con un tumore, ho capito cos’è una crisi vera. Ho capito cosa significa guardare in faccia la paura. Ho capito che tipo di persona sei quando tutto crolla.

I diplomatici lo chiamano “stress test”. Io lo chiamo: il momento in cui te la fai sotto e scopri chi sei veramente.

In un primo momento, ho scoperto Clemenceau. Volevo vendetta contro il mio destino. Volevo qualcuno da incolpare. Volevo che la vita pagasse per quello che mi stava facendo.

Poi ho capito che l’unico modo per sopravvivere era fare come Kennedy. Cercare un canale segreto con la speranza, trattare con la paura.

Accettare persino l’eventualità che, forse, non avrei vinto, ma potevo evitare di perdere tutto.

Alla fine, ho capito che la guarigione – quella vera – arriva quando alzi la sbarra, quando smetti di combattere e ti apri.

Quando lasci che la vita, con tutta la sua confusione, entri di nuovo, come luce da una finestra.

Oggi, a quasi 50 anni, dopo 24 in fabbrica e una seconda vita iniziata per caso, dopo aver ripreso gli studi, essermi laureato, dopo aver rappresentato il Giappone in Italia e curato mostre da Torino a Bari, dopo aver scritto thriller e saggi, ho una convinzione profonda: la geopolitica non è la scienza delle relazioni tra stati, ma la scienza delle relazioni tra esseri umani. Soltanto che si chiama geopolitica perché è applicata su larga scala.

Le stesse dinamiche che portano le nazioni alla guerra portano le coppie alla separazione. Si tratta degli stessi errori che fanno crollare gli imperi, che smontano le famiglie. Sono le stesse strategie a salvare il mondo, un’amicizia, un amore, un rapporto di lavoro.

Non c’è differenza. È tutta qui, sotto i nostri occhi.

UNA MAPPA PER NON PERDERTI

Allora, se vuoi, possiamo usare la Storia come mappa.

Quando litighi, chiediti: “Sto facendo il Clemenceau di turno? Voglio umiliare l’altro a tutti i costi? Sto preparando la mia personale Seconda Guerra Mondiale?”

Quando sei in crisi, chiediti: “Sto ascoltando i miei ‘generali’ che vogliono la guerra? O sto cercando una via d’uscita onorevole per tutti?”

Quando hai costruito un muro, chiediti: “Cosa serve per alzare la sbarra? Di cosa ho paura? Da cosa mi protegge questo muro?”

Non serve essere presidenti o diplomatici. Serve essere umani, con la consapevolezza che la Storia, quella con la S maiuscola, ti ha già mostrato cosa funziona e cosa no.

Io l’ho imparato a mie spese. In fabbrica, in ospedale, in Giappone, nelle mostre che ho curato, nei libri che ho scritto.

Ora posso insegnarlo a te, se vuoi.

Dott. Pasquale Di Matteo

Passato in pochi anni dall’essere un anonimo operaio di provincia, a un laureato rappresentante della società culturale giapponese Reijinsha, in Italia.
Libri pubblicati, decine di eventi organizzati e curati, da Torino a Bari. Interviste, articoli. Scrivo di arte, Comunicazione e Geopolitica in Italia e all’estero. E sono un coach. Non di quelli che ti insegnano a respirare, ma di quelli che ti insegnano a leggere la Storia. Perché, come diceva qualcuno, “la storia non si ripete, ma spesso fa rima”.

Impara a comprendere le rime e a scegliere come abbattere muri.

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Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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