Il primo maggio è calato il sipario, proprio come a teatro.
Sì, perché quella di Alex Zanardi non è stata soltanto una vita come tante altre, ma almeno una storia divisa in due atti, fatta di drammi, colpi di scena, di un arco narrativo che trasformato il personaggio, facendo di un campione un vero e proprio fenomeno del nostro tempo.
Un corpo martoriato, ricucito e spremuto fino all’ultima stilla di energia vitale, infine, ha ceduto, chiudendo un’esistenza che ha piegato la logica con la pura forza della volontà.
E ora, mentre le bacheche dei social network si riempiono di cordoglio preconfezionato e frasi fatte, io vi chiedo di meditare sugli insegnamenti che ha lasciato a tutti noi Zanardi.
Lausitzring, 2001.
L’impatto a trecento all’ora. Tre litri di sangue persi. Il cuore che si ferma sette volte.
Le gambe polverizzate in un groviglio di carbonio e lamiere, lasciando un uomo letteralmente dimezzato sull’asfalto tedesco.
Fine della storia.
Lo sarebbe stato per chiunque, ma non per qualcuno fuori quota, per un uomo di un’altra categoria quale ha dimostrato di essere Alex.
Di fronte a una simile decimazione delle proprie difese, la stragrande maggioranza degli esseri umani avrebbe firmato la resa, abbandonandosi al vittimismo.
Avrebbe imprecato per i decenni a venire contro il destino cinico e baro, sprecando l’ossigeno residuo per lamentarsi di un confine vitale irrimediabilmente violato.
Zanardi no.
Ha applicato la regola aurea delle truppe d’assalto accerchiate: valutare le risorse, ignorare i caduti, riorganizzare i sopravvissuti.
“Non ho guardato la metà che mancava, ma quella che restava.”
Questa non è motivazione da bancone, ma quella che serve. Non è “ascolto”, “benessere”, “resilienza” e altre delle tante, troppe, cazzate che si leggono su Linkedin, scritte da gente che a malapena ha un diploma e s’inventa coach, consulente o chissà cos’altro.
È l’arte cruda di mappare un nuovo territorio dopo che un sisma ne ha devastato la morfologia.
Qui entrate in gioco voi.
Voi CEO che vedete un fatturato sventrato da una crisi sistemica, voi direttori di agenzie per il lavoro che perdete la commessa principale dalla sera alla mattina, voi professionisti espulsi dal mercato a cinquant’anni, o voi artisti il cui talento viene costantemente scavalcato dalla mediocrità rumorosa.
Piangere è umano, ma lamentarsi è un lusso suicida. E il tempo è l’unica valuta non rimborsabile che possedete. Perché non c’è modo di recuperare nessuno dei secondi passati.
Nel metodo Kinsaisei, analizziamo la realtà con il distacco di un generale e con la profonda empatia di chi ha attraversato il dolore per smontarlo dall’interno.
Come si traduce, quindi, la vita di Zanardi in una sala riunioni, in una contrattazione o nel vostro brand personale?
L’AMPUTAZIONE DEL PASSATO
Zanardi non ha preteso gambe bioniche per illudersi di poter correre ancora i cento metri, ma ha cambiato strumento. La handbike.
Nel business, quando il vostro ecosistema crolla, smettetela di accanirvi su un modello estinto. Se un algoritmo vi ha azzerato il traffico web, non sfidate il codice. Cambiate campo di battaglia.
Se avete fallito perché avete gestito tutto voi e non avevate le competenze per farlo, non accusate il destino, il socio, il fornitore, il consulente. Cambiate, studiate, adoperatevi affinché, alla prossima crisi, voi siate in grado di gestirla e non gli stessi che hanno fallito.
In riunione, quando vi comunicano la perdita di un appalto vitale, la vostra prima reazione non deve essere la giustificazione affannosa o la ricerca del colpevole.
Silenzio. Tre secondi di vuoto calcolato, poi, una singola frase chirurgica: “Il perimetro è mutato. Qual è l’asset intatto da cui lanciamo l’offensiva?”
Beh, magari non così, in stile colossal, ma rende l’idea. Inutile perdere tempo a rivangare quanto è passato.
LA POTENZA DI CHI NON HA PAURA DI MOSTRARE LE CICATRICI
Zanardi non ha mai nascosto i moncherini.
Li ha esibiti con una naturalezza che disarmava chiunque gli stesse di fronte, trasformando un’invalidità devastante in un’armatura psicologica impenetrabile.
Nel personal branding, l’errore più infantile è fingere l’invulnerabilità.
Siete inciampati? Avete fatto fallire un progetto importante? Il vostro matrimonio è imploso?
Usatelo. Trasformatelo in capitale.
In un colloquio per un nuovo ruolo dirigenziale, se l’headhunter scava nel vostro fallimento precedente, non minimizzate cambiando discorso.
Inclinazione del busto in avanti. Sguardo piantato negli occhi dell’interlocutore.
“Quell’azienda è affondata perché ho sottovalutato l’impatto di un nuovo competitor. Un errore di arroganza che ho pagato con due anni di inferno. Proprio per questo, mi sono rimesso a studiare, per colmare le mie mancanze, e oggi la mia analisi del rischio è paranoica e blindata. Volete affidare il dipartimento a un teorico immacolato, o a un reduce che conosce esattamente il rumore dello schianto?”
Voi non subite la narrazione. La dominate.
IL DISPREZZO PER IL MIRACOLO
Sei medaglie paralimpiche, tra ori e argenti, quattro campionati mondiali. Nessuno di questi trionfi è sceso dal cielo per bontà divina.
Sono arrivati perché un uomo ha legato il suo bacino a un telaio di alluminio, sputando bile sull’asfalto per decine di migliaia di chilometri. Ore di fatica brutale mentre il resto del mondo dormiva.
Nessuno vi regalerà niente. Nessuno verrà a salvarvi.
Se volete cambiare vita, se volete recidere una relazione che vi prosciuga o scalare le gerarchie aziendali, smettetela di aspettare l’allineamento dei pianeti o il “momento giusto”, perché il momento giusto è solo e sempre adesso, in qualunque condizione e situazione. Il resto è un oceano di stronzate che servono come scuse per il vostro non valere niente.
L’azione imperfetta e fragile di oggi vale mille piani perfetti eseguiti domani. Un’infinità di volte di quella mai eseguita.
Se un vostro manager entra nel vostro ufficio per lamentarsi della mancanza di budget e personale, tagliate corto.
“Abbiamo meno del necessario. Esatto. Ora dimmi quale trincea puoi conquistare con le munizioni che ci restano.”
I grandi uomini cercano e offrono soluzioni; i mediocri scuse, lamentele e rivendicazioni. Punto.
La scomparsa di Alex Zanardi chiude il capitolo di un uomo, ma ne spalanca l’eredità strategica.
I manuali di chi vince sanno che la vita è una guerra asimmetrica che si combatte con le truppe a disposizione. Si costruisce l’impero ottimizzando le macerie. Perciò, il lamento è roba per falliti che moriranno in panchina.
Alzatevi.
O, se non potete alzarvi, usate le braccia.
Il cronometro scorre. I secondi trascorsi sono già perduti.
Usate al meglio quelli che restano.