di Pasquale Di Matteo
Spesso, i recruiter si fermano al pezzo di carta, meglio se sopra c’è scritto “Laurea con lode alla Bocconi”.
Ma è una mappa perfetta di un territorio già colonizzato, un sentiero asfaltato dove ogni sasso è stato rimosso da altri prima che il piede lo sfiorasse.
Il candidato siede davanti a te. Ha la schiena dritta, il completo blu d’ordinanza, le mani curate che non hanno mai conosciuto il freddo del ferro o il grasso delle officine.
Ha fatto tutto bene, ha seguito il manuale e il suo curriculum è perfetto. Ed è proprio questo il problema.
Il mondo di oggi non può più puntare su chi è perfetto adesso, ma su chi è capace di rinascere dalle imperfezioni, dagli errori, chi dà garanzie che, di fronte ai cambiamenti profondi, non sarà travolto. E quel candidato, perfetto, appena uscito da un’università perfetta, che non sa cosa significhi sudare, faticare, tirare la cinghia a fine mese, beh, non è la persona ideale.
Per capirlo, ti racconto questa storia.
Siamo nel 1582, tra le mura del castello di Yamazaki. L’aria puzza di fumo di legna e sangue rappreso. Hideyoshi Toyotomi non dovrebbe essere lì. Non è nato nobile, non è un samurai di stirpe, non ha il “curriculum” per unificare il Giappone.
È iniziato tutto con un paio di sandali. Lui era quello che li scaldava nel proprio petto per il suo signore, Oda Nobunaga, durante i mattini d’inverno.
In pratica, è un portasandali, un uomo invisibile.
Ma Hideyoshi ha percorso una distanza che un nobile non può nemmeno concepire: dal fango delle risaie al comando supremo.
Non può contare sulla tecnica della spada, ma sulla capacità di leggere il terreno, perché lo ha mangiato. Lui sa come pensa un contadino e come trema un generale.
Vincere una battaglia partendo con diecimila uomini contro cento è pura amministrazione, son capaci tutti, ma vincere partendo da solo, con la pioggia che ti bagna le ossa e la pancia vuota, è genio geopolitico applicato alla sopravvivenza.
Oggi il mercato del lavoro è un campo di battaglia e viviamo un nuovo Medioevo.
Gli algoritmi delle AI agentiche stanno già scrivendo i codici che renderanno obsoleti i mediocri esecutori, con o senza laurea prestigiosa.
Se un giovane esce da un ateneo prestigioso e diventa direttore di banca, sta semplicemente eseguendo una traiettoria prevista. È il minimo sindacale della sua classe sociale e del suo percorso di studi.
Ma se guardi un uomo che ha in tasca solo il diploma di terza media e quel medesimo uomo oggi coordina squadre, inventa processi, crea economia dal nulla e dà da mangiare a centinaia di famiglie, stai guardando un uomo il cui valore è triplo perché il suo percorso, da ciò che era a ciò che è, è stato immenso.
Osserva l’operaio che torna a casa con le mani sporche di grasso, con il peso dei turni nelle vertebre indolenzite. È stanco, non ne può più, eppure, anziché lamentarsi come farebbe la massa, apre un libro di geopolitica. Studia i flussi del gas, le rotte artiche, la semiotica del potere.
Recupera gli studi, si laurea mentre gli altri dormono o si dedicano allo svago, e trasforma la sua cultura in una lama.
Quando quell’uomo arriva a rappresentare una società culturale giapponese in Italia, sta compiendo una manovra di aggiramento che va al di là di qualunque carriera universitaria.
Ecco, quell’uomo è l’uomo giusto perché, in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui tutto cambia ogni settimana, come scrivevo poco sopra, non serve qualcuno che ha studiato il cambiamento ma qualcuno che è il cambiamento.
Il percorso di quell’uomo e quello del laureato alla Bocconi sono come paragonare chi ha costruito dal nulla la metropolitana a Milano e chi ha percorso il tragitto in metropolitana tra Centrale e Duomo.
DISTRUGGI IL CURRICULUM VITAE
Sottrai sempre chi era a chi è oggi.
Quella differenza è l’unica metrica che conti davvero.
In una riunione, non ascoltare le parole tecniche. Ascolta la frequenza del respiro quando la pressione sale.
Chi ha percorso distanze siderali possiede un silenzio diverso nelle trattative, una calma che deriva dalla tenacia, dall’esperienza di aver vissuto polveriere e cicatrici da cui ha saputo risollevarsi e volare.
È il silenzio di chi ha già perso tutto e ha ricostruito.
Oggi, serve chi ha dimostrato di non lamentarsi, di non adagiarsi in una zona di comfort.
Se devi assumere, o se devi evolvere, guarda alla tua capacità di trasformazione come al tuo asset principale.
Un robot può simulare l’esperienza, può avere tutti i titoli del mondo nel suo database, ma non può avere un “percorso” al di là della statistica, dello standard, della consuetudine.
Non ha la “memoria muscolare del fallimento”.
Non sa cosa significhi respirare la paura di fallire durante un momento negativo.
IL COSTO DEL POTERE
Hideyoshi, ai vertici del potere, sapeva di essere sempre l’estraneo.
Tu, che hai cambiato vita, senti spesso quel freddo sotto la pelle durante i gala o le cene aziendali. È il dubbio che, se usato bene, diventa la tua arma segreta, perché ti rende guardingo, ti impedisce di accomodarti, ti costringe a migliorare ancora, a continuare a studiare per essere pronto a cambiare sempre, in qualsiasi momento, mentre i “figli d’arte” brindano ai successi di ieri.
La strategia non è un algoritmo, non può essere una AI a suggerire il candidato migliore.
Il candidato migliore ha la capacità di riprendere in mano i libri a cinquant’anni perché sa che restare fermi significa morire. È la voglia di mettersi in gioco quando potresti semplicemente gestire il declino.
Non serve gente che sappia fare, in un’era in cui il fare sarà delegato a robot e AI. Serve gente che sappia diventare e trasformarsi, adeguandosi ai cambiamenti.
Ora, tu, recruiter, di fronte al candidato bocconiano.
Il foglio di carta è sul tavolo. Il candidato aspetta.
Non chiedergli cosa ha studiato e quali siano le sue ambizioni.
Chiedigli qual è la cosa più difficile che ha affrontato per arrivare fin lì, seduto su quella sedia.
Guarda se i suoi occhi si accendono o se cercano una risposta predefinita.
In fondo, sei consapevole del fatto che quel candidato sia solo l’ennesima perdita di tempo.