HO LETTO 40 NEWSLETTER SCRITTE CON L’AI QUESTO MESE. ECCO LA COSA PIÙ TRISTE CHE HO NOTATO

di Pasquale Di Matteo

Scrivo su blog, riviste, marketplace libri dal 2012.

Quando lavoravo in fabbrica, la mia passione per la scrittura trovava spazio il sabato e la domenica, ma i miei sette, otto articoli al mese riuscivo a piazzarli.

Poi, dal 2018, scrivere è diventato parte integrante delle mie attività. Ho chiuso il mio vecchio blog, Eventi Armonici, e ho cominciato a scrivere per gallerie d’arte, in campo artistico, ma anche linguaggio tecnico per aziende.

E nel 2021, ho pubblicato il mio primo romanzo.

Fino al 2023, aprivo le newsletter dei colleghi creator e sentivo la differenza. Ognuno aveva la sua voce: chi era ironico, chi diretto, chi poetico, chi una sintesi di queste caratteristiche; c’era chi usava periodi lunghi e chi picchiava duro con frasi secche.

Io stesso ho passato anni a costruire il mio stile: ganci provocatori, titoli che non puoi non cliccare, frasi brevi che tagliano il respiro, alternate ad altre più articolate.

Tutta roba studiata, sudata, sperimentata.

Poi è arrivato ChatGPT.

Qualche giorno, fa ho scritto un post su Facebook che parlava di una mail ricevuta da un sedicente gallerista parigino.

Quella mail era piena di apostrofi sbagliati, chiamava me “Pasquale” e poi scriveva “curiosa” come se fossi una donna. E diceva che il mio portfolio – che non esiste poiché non dipingo – le aveva fatto provare “forti emozioni”.

Una panzana scritta da un’AI, naturalmente. Mandata a pioggia da qualche organizzazione artistica che cerca solo soldi e ha pensato bene di non pagare neppure una segretaria in carne e ossa.

Ma non è di quella mail che voglio parlarvi oggi.

Quella è solo la punta dell’iceberg. Perché, questo mese ho letto una quarantina di newsletter di altrettanti creatori, scrittori, artisti, imprenditori digitali…

La cosa più triste che ho notato è che non si sente più una voce diversa. Quaranta newsletter che sembravano firmate dallo stesso autore.

Prima del 2023, aprivo una newsletter e, in due righe, capivo chi l’aveva scritta perché c’era lo stile, c’era l’anima.

C’erano gli errori, le ossessioni personali, gli intercalari. C’era quel modo di girare una frase che ti faceva dire: “Questo lo poteva scrivere solo lui”.

Oggi, invece, leggo newsletter che sembrano tutte scritte dalla stessa macchina.

Perché, spesso, lo sono.

Ho iniziato a notarlo dal lessico: parole come “empowering”, “journey”, “value proposition”; la struttura delle frasi, costruite tutte uguali: “In questo articolo esploreremo…”; “Come abbiamo visto nella scorsa puntata…”; “Non esitare a condividere i tuoi pensieri nei commenti.”

Tutte frasi che vanno benissimo per gli algoritmi, per carità, tuttavia, il vero campanello d’allarme è un altro: le newsletter scritte con l’AI non hanno mai un dettaglio imbarazzante, personale che sia vero e un caso studio costruito dai suoi algoritmi.

Difficile trovare “ieri ho pianto mentre preparavo il caffè”,  “mio figlio mi ha detto una cosa che mi ha spiazzato”, un “non ho voglia di scrivere oggi, ma lo faccio lo stesso”.

Le newsletter di oggi sono pulite, ordinate, asettiche.

Perfette.

E, proprio nella perfezione, si vede la finzione. E ve lo dico da uno che ha passato anni a costruire il suo stile.

Oggi, alcuni dicono: “Uso l’AI come assistente, poi riscrivo tutto.”

Forse è vero. Ma la differenza tra chi schive da sé e chi con l’AI si sente; si sente che la prima bozza l’ha fatta un modello statistico e la “riscrittura” umana è solo un trucco per togliere gli apostrofi sbagliati.

La cosa più triste è che questi creatori non se ne rendono conto.

Pensano di risparmiare tempo, ma, in realtà, stanno bruciando l’unica cosa che potrebbe avere valore: una voce unica e distinguibile.

Solo che, non avendo mai scritto prima – o avendo sempre scritto in maniera mediocre – non hanno le competenze per giudicare i testi che propone loro l’AI.

E il lettore, il vostro lettore, se ne accorge. Soprattutto se avete cominciato a scrivere da poco e prima del 2023 non andavate mai oltre tre righe nei vostri post.

Magari non se ne accorge subito, ma, dopo tre, quattro newsletter, sente che qualcosa è cambiato. E se legge anche articoli di altri, si rende conto di quanto si somiglino tutti. Di come tutto sia diventato… piatto.

Come la mail che ho ricevuto io, dove, addirittura, non c’era stato nessun intervento umano, altrimenti sarebbe stata notata l’incongruenza di genere.

La galleria, evidentemente, ha lasciato carta bianca all’agente AI, che ha formulato il testo, cercato nominativi e inviato le mail.

Tuttavia, anziché risparmiare tempo, ha commesso un disastro, in quanto, ora, migliaia di persone hanno letto alcune frasi iconiche di quel testo e tanti mi hanno già confermato di aver avuto una mail identica.

Perciò finta. Perché nessuno ha visto le opere di cui si sono innamorati, quelle che li hanno fatti emozionare…

Perciò, se scrivete una newsletter, una mail, un post… chiedetevi se potrebbe essere stato scritto da chiunque e se potrebbe essere partorito da ChatGPT o da altra AI.

Se la risposta è sì, fermatevi e tornate a scrivere come facevate prima.

Con le imperfezioni, con la rabbia, con le virgole messe dove non andrebbero, con i periodi troppo lunghi o troppo brevi quando non c’entrano, quando non hanno alcuna funzione.

Perché quelli non sono difetti, ma particolarità della vostra firma.

E nessuna AI ve la potrà mai rubare.

Pasquale Di Matteo, (quello vero, quello che scrive da circa quindici anni, non quello che è donna e dipinge per l’AI che ha scritto la mail)

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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