PERCHÉ IL GIAPPONE HA SMESSO DI CONSOLARCI E ORA PREFERISCE SCATENARE I NOSTRI INCUBI PIÙ OSCURI

di Pasquale Di Matteo

Dopo Marie Kondo e i romanzi “healing”, una nuova ondata di narrativa dark, liminale e “a puzzle” conquista i lettori globali. È lo specchio di una società in crisi demografica e identitaria, e insieme un potente strumento di soft power.

DAL “CURARSI” ALL’INQUIETUDINE

Ricordate la sensazione che si provava fino a poco tempo fa aprendo un libro giapponese?

C’era sempre quella fragranza vaporosa di tè matcha, il ticchettio rassicurante della pioggia contro le vetrate d’un piccolo bar di quartiere a Shibuya, la promessa sottile che la vita, se riordinata con il metodo giusto, potesse improvvisamente ritrovare la sua grazia perduta. Ci siamo cascati tutti.

Abbiamo cercato conforto nell’arte del riordino di Marie Kondo, ci siamo lasciati cullare dal vapore nostalgico di Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi, abbiamo cercato rifugio nell’utopia pastorale e digitale di Animal Crossing. Per più di un decennio, l’export culturale del Sol Levante è stato un soffice cuscino terapeutico. Un balsamo per le nostre nevrosi occidentali.

Poi qualcosa si è incrinato nel meccanismo. Un rumore metallico, freddo, simile al crepitio di un osso che si spezza nel buio d’un corridoio.

Se fate un giro nelle librerie di Londra, Milano o New York, notate subito che le copertine dai toni pastello stanno cedendo il passo a geometrie inquietanti, sagome nere e mappe architettoniche che sembrano tracciate da un geometra folle.

Tra il 2025 e il 2026, la narrativa giapponese più venduta al mondo non vi dice più come sistemare i calzini nel cassetto, ma vi chiede cosa fareste se vi accorgeste che tra la vostra camera da letto e il bagno c’è un’intercapedine di tre metri quadri priva di porte, progettata per occultare un cadavere.

Non è una semplice svolta commerciale. La nascita di questo dark crime e dell’horror “a puzzle” non è un trucco da prestigiatore inventato dagli uffici marketing degli editori di Shinjuku, ma è il sintomo di un Paese che sta scivolando sotto la quota dei 120 milioni di abitanti, intrappolato in un inverno demografico, dove i giovani lavorano con contratti precari, non fanno più figli e vivono in un perenne stato d’incertezza.

IL FENOMENO UKETSU: HORROR COME ESCAPE ROOM GLOBALE

Tutto parte da una maschera.

Una maschera d’un bianco spettrale e una tuta aderente totalmente nera.

Niente volto, niente voce naturale, nessuna traccia della vera identità. Uketsu nasce così, sulle pagine e sugli schermi di YouTube come un’anomalia digitale, un incrocio imprevedibile tra un personaggio d’avanguardia e uno spaventapasseri urbano.

Eppure, quest’uomo senza volto ha firmato una delle rivoluzioni editoriali più fragorose degli ultimi dieci anni.

Il suo Strange Houses, pubblicato in Giappone nel 2021 e diventato un caso internazionale nel 2025, ha infranto la soglia del milione di copie vendute. Ma il vero terremoto è arrivato con la sua trilogia. Quando l’editore HarperVia ha distribuito in lingua inglese Strange Buildings, il romanzo ha scalato in una sola settimana la classifica dei bestseller del New York Times.

Come ci è riuscito?

Capovolgendo le regole tradizionali della suspense.

I romanzi di Uketsu non si limitano a raccontarvi una storia. Ve la fanno smontare pezzo dopo pezzo. Il punto di partenza è quasi sempre una piantina immobiliare: un appartamento apparentemente banale a Tokyo o una villa isolata nella prefettura di Saitama. Il lettore guarda la mappa. Poi scorge una stranezza. Una stanza senza finestre né ingressi. Un muro di uno spessore sproporzionato. Un passaggio nascosto che collega la cucina alla camera dei bambini.

Da quell’anomalia architettonica germina l’orrore. Iniziano ad affiorare storie di abusi familiari, sette esoteriche, omicidi efferati commessi nel silenzio di quartieri residenziali inappuntabili. Il lettore diviene un co-investigatore, costretto a sfogliare le pagine avanti e indietro per verificare se i conti della piantina tornano.

È la narrativa per la generazione di TikTok e dei videogiochi survival: interattiva, visiva, spietatamente ritmata. Uketsu ha capito prima degli altri che la paura contemporanea non ha bisogno di mostri con gli artigli. Ha solo bisogno d’un architetto deviato e di una matita.

OLTRE UKETSU: UN’INTERA ONDA “DARK” DI NARRATIVA GIAPPONESE

Ridurre questo fenomeno a un singolo autore mascherato sarebbe però un errore di valutazione grossolano. Uketsu è stato il detonatore, ma la detonazione ha spazzato via un intero panorama letterario.

Basta osservare le mosse delle case editrici internazionali. L’inglese Pushkin Press, attraverso la sua collana specializzata Pushkin Vertigo, ha già portato sul mercato anglosassone decine di titoli mystery e thriller giapponesi, scoprendo una miniera d’oro in storie che un tempo sarebbero state liquidate come eccentricità locali.

I nomi che stanno facendo impazzire la critica sono spietati e geniali.

Prendete Akane Araki e il suo illuminante Murder at the End of the World.

La premessa sembra uno scherzo: un asteroide gigante sta per impattare sul Kyushu e all’umanità restano esattamente tre mesi di vita. La popolazione è nel panico, eppure la ventitrenne Haru è ossessionata da una sola cosa: vuole prendere la patente di guida.

Durante una lezione di guida, lei e la sua istruttrice, un’ex poliziotta con una visione maniacale del dovere, aprono il bagagliaio dell’auto e ci trovano il cadavere torturato d’una donna.

Che senso ha cacciare un serial killer se il mondo finisce tra sessanta giorni?

Ha senso per due donne che hanno deciso di sfidare l’assurdo.

Oppure pensate a Yasuhiko Nishizawa con The Man Who Died Seven Times. Qui la struttura classica del mystery viene frullata con un loop temporale: il protagonista è costretto a rivivere per nove volte consecutive lo stesso identico giorno per tentare di salvare suo nonno da un assassino domestico.

Ciò che unisce queste opere è un’ingegneria narrativa quasi maniacale. Le trame sono congegnate come orologi svizzeri, piene di ribaltamenti e accelerazioni vertiginose, capaci di toccare vette di grottesco senza mai perdere di vista il nucleo umano, la solitudine, il peso della colpa, l’accettazione della mortalità.

LA “SOGLIA” COME METAFORA DI UNA SOCIETÀ IN CRISI

Per comprendere davvero perché queste storie buie ci arrivino al cuore con tanta forza, bisogna fare un passo indietro e prendere in prestito un termine dalla sociologia e dall’antropologia: liminale.

Dal latino limen, la soglia, il confine. I luoghi liminali sono quegli spazi di transizione dove non si è più da nessuna parte e non si è ancora giunti altrove.

La grande letteratura giapponese ha sempre abitato la soglia, ma oggi quella soglia si è tinta di sfumature oscure. Pensate ai luoghi in cui sono ambientati questi romanzi: i konbini aperti alle tre di notte, illuminati da una luce al neon; stazioni ferroviarie deserte dove i treni arrivano senza fare rumore; piccoli hotel di provincia privi di personale; negozi di antiquariato incastonati in vicoli sbarrati.

Non si tratta di semplici sfondi geografici. Sono stati d’animo.

Quando Sayaka Murata ci descrive la vita nell’ormai celebre La ragazza del Convenience Store, non ci sta solo parlando di un supermercato h24. Ci mostra un microcosmo artificiale in cui l’essere umano viene assimilato dai codici dell’azienda per non dover affrontare la spaventosa complessità del mondo esterno.

È la stessa atmosfera alienante che ritroviamo nelle metropoli oniriche di Haruki Murakami, nelle cucine fredde dopo un lutto raccontate da Banana Yoshimoto o nei corpi violati e ritrasformati di Mieko Kawakami e Yoko Ogawa.

I protagonisti di questa nuova letteratura non sono eroi classici. Non salvano il mondo e non sconfiggono il drago. Sono figure solitarie, precari dell’esistenza, spesso bloccati tra due opzioni ugualmente paralizzanti: integrarsi in una macchina sociale disumana o sparire del tutto nel nulla.

PERCHÉ PROPRIO ORA? CONTESTO SOCIO-DEMOGRAFICO E CULTURALE

La letteratura non nasce mai in una provetta da laboratorio. I libri sono spugne, assorbono le emozioni, la rabbia e il sudore dell’epoca in cui vengono scritti.

Il Giappone sta affrontando la crisi strutturale più profonda della sua storia moderna. Con una popolazione precipitata sotto la soglia dei 120 milioni e un tasso di fecondità bloccato a un tragico 1,14, il Paese conta ogni anno più bare che culle. I villaggi rurali si svuotano, diventando paesi fantasma; le case abbandonate si contano a milioni, scheletri di legno che marciscono nell’erba alta ai margini delle autostrade.

Sul fronte economico, il dogma del “posto fisso a vita” che ha costruito il miracolo economico del dopoguerra si è frantumato. Se negli anni ’90 i lavoratori non regolari rappresentavano il 16,4% della forza lavoro, oggi la percentuale ha superato la quota spaventosa del 36%.

Una generazione intera di giovani vive nella consapevolezza che il proprio futuro sarà peggiore del passato dei genitori.

Ecco che, allora, il fenomeno degli hikikomori, dei giovani che si recludono volontariamente nelle proprie stanze tagliando ogni contatto col mondo, cessa di essere un fatto di cronaca e diventa la vera grande allegoria del Paese.

La doppia risposta culturale a questo trauma è affascinante. Da un lato, il bisogno di un anestetico, di un rifugio dove la sofferenza viene congelata. Dall’altro, la necessità catartica di guardare l’abisso negli occhi. Se il mondo là fuori ti sembra strano, ostile e ingiusto, leggere una storia in cui la realtà si spezza ti aiuta a dare un nome e una forma alle tue paure.

COME QUESTA NARRATIVA RIDEFINISCE L’IMMAGINE DEL GIAPPONE

Siamo testimoni di una trasformazione diplomatica e culturale epocale: il passaggio dal soft power rassicurante al soft power inquietante.

Per quarant’anni il Giappone ha venduto in Occidente un’immagine edulcorata di sé: la tecnologia impeccabile, i treni proiettile in orario al secondo, la cortesia formale, i manga colorati, l’estetica kawaii. Era la narrazione rassicurante di un parco giochi iper-civilizzato.

Oggi, quella maschera di perfezione si è staccata e il mondo intero sta guardando cosa c’è sotto.

Piattaforme come Netflix hanno abituato il pubblico a storie asiatiche prive di consolazione; si pensi al successo di serie coreane e giapponesi virate al pulp e al distopico. Su BookTok e YouTube, i giovani lettori non cercano più esotismo da cartolina, ma vogliono storie che li mettano a disagio. Vogliono la tensione.

Il punto di forza di romanzi come Strange Houses o Murder at the End of the World sta proprio nella loro immediatezza; usano le strutture collaudate del giallo e dell’horror, ma le riempiono con una sensibilità visiva e psicologica inconfondibile.

Non serve conoscere la storia dello shogunato Tokugawa per rimanere terrorizzati da una stanza senza porte. La paura è una lingua universale e per ogni classe sociale.

Il Giappone ha smesso di nascondere le proprie crepe. Ha capito che quelle crepe, se raccontate con maestria, sono terribilmente affascinanti.

COSA DICE DI NOI QUESTA “ONDA DARK” GIAPPONESE

Perché queste storie scritte dall’altra parte del pianeta ci toccano così da vicino?

Perché stiamo leggendo di noi stessi.

La precarietà economica, il senso di isolamento nelle metropoli affollate, l’ansia per un futuro climatico e economico e di libertà che sembra sfuggirci dalle mani non sono un’esclusiva di Tokyo. Sono l’attualità dell’Europa di oggi, gestita da folli per cui la pace è guerra e la diplomazia è collaborazionismo con il nemico.

Quando leggiamo di personaggi che vivono “sulla soglia”, riconosciamo la nostra stessa vertigine quotidiana.

Il Giappone ci sta offrendo una lezione di sopravvivenza culturale. Invece di nascondere il proprio declino, ha preso le macerie, le proprie paure e la propria solitudine e le ha trasformate in arte d’intrattenimento globale.

Ha spalancato la porta di casa, ci ha mostrato il buio nell’intercapedine, e noi, ipnotizzati, non riusciamo più a staccare gli occhi.

Dott. Pasquale Di Matteo

Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine. Scrittore e saggista. Executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei.

ROMANZI PUBBLICATI

Il Segreto di Lukas Kofler

Il Lato Oscuro del tempo

Mistero Profondo

Le Menti Invisibili

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Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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