L’INVIDIA È IL VELENO CHE PORTA A FALLIRE
«Perché hai smesso di suonare il violino all’apice del successo?»
Lo chiedo a uno dei personaggi chiave del mio romanzo L’ULTIMO PUNTO.
Si chiama Daniel Cattaneo e dice: «Perché puoi anche suonare come solo chi ha un dono sa fare, ma se è Leo ad attirare su di sé tutte le attenzioni del pubblico con la sua sola presenza in sala, capisci che sarai sempre un passo dietro di lui.»
«Rifaresti quella telefonata, quella notte?»
«Non ho fatto nessuna telefonata. Ho solo risposta a una persona nel panico. “Rifarei” presuppone che fosse una scelta. Non l’ho avuta.»
«Di chi sei più geloso, di Leonardo, o di te stesso vent’anni fa?»
Daniel resta in silenzio. Uno, due, cinque. Dieci secondi.
«Non so darti una risposta. Ma non vado fiero del ragazzo che ero. Suonavo come un dio della musica, ma ero più fragile del cristallo.»
Scrivere questo personaggio è stato il lavoro più scomodo di tutto il romanzo, perché Daniel è un virtuoso del violino, ma anche un uomo logorato dall’invidia e dall’ossessione per Leonardo.
Ogni sua bugia lo porta a fallire come musicista, come marito e come uomo.
Perché, quando le tue scelte sono dettate dall’invidia che provi per altri, il fallimento è l’unico risultato possibile.

HO INVIATO IL MIO ROMANZO AD ALCUNE CASE EDITRICI. E ADESSO?

Un grande tennista, uno dei migliori al mondo, scopre di avere non più di un anno di vita. Ed è lì che comincia tutto. Anzi no.
Tutto ha inizio diciassette anni prima, quando quel tennista capisce che non avrà mai la capacità di sradicare una platea dalle poltrone come sa fare il suo migliore amico suonando il violino.
Allora abbandona lo studio del pianoforte e dedica tutto sé stesso alla racchetta perché, anche se il tennis non è la sua vera passione, vincere gli riesce naturale.
A sua volta, il violinista abbandona la musica perché si sente stritolato dalla notorietà che l’amico ha conquistato grazie al tennis, in una spirale di invidia e ossessione.
Nel mio romanzo “L’Ultimo Punto”, un uomo deve decidere a chi lasciare il suo immenso patrimonio conquistato in anni di vittorie e deve tutelare una persona che nessuno sa che esiste. Così, passa i suoi ultimi mesi a correggere vent’anni di errori su chi ha contato davvero nella sua vita e la lista che ne esce sorprende tutti, lui compreso.
“Cosa faresti con un anno di vita?” sarebbe una domanda banale, da talk show spazzatura, fatta apposta per una risposta commovente: un viaggio, una riconciliazione, il mare, “la pace nel mondo”.
Cose per target di massa, insomma.
La domanda vera, profonda, quella che nessuno si fa finché non è costretto, è un’altra: “a chi lasceresti quello che hai costruito, se potessi deciderlo davvero, oggi, senza l’alibi del tempo che manca e senza leggi e vincoli a dirti cosa puoi o non puoi fare?”
Non è una domanda sui soldi o sull’eredità, ma su chi conta davvero nella tua vita. E su chi ti accorgi che è lì da sempre.
Forse gli avvocati e i notai che mi leggono lo sanno meglio di me: quante volte il testamento che vi dettano è un atto d’amore, e quante volte, invece, è l’ultima mossa di una partita?

No, MATRIMONIO DI RAPPRESENTANZA non è il titolo del mio prossimo romanzo. Il titolo provvisorio è L’ULTIMO PUNTO.
Ma il tema suggerito dal titolo nell’immagine è uno dei temi affrontati nel mio thriller psicologico.
Una donna sposata si accorge di avere bisogno di soldi per vivere.
Non le è mai interessato saperlo.
Nel mio romanzo in fase di ultimazione, c’è un personaggio così.
Non ha mai lavorato. Non per pigrizia o perché circondata dal lusso. Non solo per quello. Ma soprattutto perché è la moglie perfetta di un uomo che ha bisogno di qualcuno accanto a sé che non lo metta mai in discussione.
Casa impeccabile, un sorriso preciso nelle foto ufficiali, mai una parola fuori posto in pubblico. Per anni funziona.
Poi l’uomo muore e lei scopre di non avere nulla intestato a suo nome e di non essere mai stata, per nessuno, qualcuno a parte “la moglie di”.
Il mostro non è un uomo cattivo, ma una serie di piccole rinunce firmate una alla volta, nessuna delle quali, da sola, sembrava abbastanza grande da dire “basta”.
Conosci donne che non lavorano e sembrano dipendere totalmente dal compagno?


L’ULTIMO PUNTO è il primo romanzo che ho inviato ad alcune case editrici selezionate.
Ho pubblicato in autonomia quattro romanzi e qualcuno ha venduto molto più di quanto vendono in media i libri pubblicati anche da editori blasonati.
Ormai, chi bazzica in questo ambito lo sa, un libro che supera 1200 copie è un successo.
Lasciate stare Donato Carrisi e altre eccezioni. La media non vede quota 2000 neanche pagando.
Da solo, senza avere alle spalle agenzie pubblicitarie, e contando solo sui miei eventi e sulla mia esposizione mediatica, ho raggiunto gli stessi numeri che mi avrebbero garantito le case editrici. In alcuni casi, anche di più.
Ma non è una questione di numeri. Non è per soldi.
Non ne ho mai spedito uno a un editore, nemmeno per prova, nemmeno a quelli più piccoli, perché li trovavo buoni, sì, ma non mi bastava.
LE STORIE ERANO BUONE, MA I PERSONAGGI NON PARLAVANO ANCORA DA SOLI
Detta così sembra una frase da intervista, quindi la spiego.
Una buona storia si riconosce in fretta. La racconti a cena in due minuti e qualcuno ti chiede “e poi?”. Quei libri ce l’avevano, un “e poi?”.
C’erano l’intreccio, una premessa che reggeva, qualche pagina di cui sono ancora fiero.
Mi piace tantissimo il personaggio di Ruben Perri, protagonista e voce narrante de “Il Segreto di Lukas Kofler”, per esempio. Ma mancava una cosa che ho capito tardi, rileggendoli con la testa fredda a distanza di mesi. Cioè, detto tra i denti, nessun personaggio era in grado di reggere la scena da solo. O, meglio, nessuno di quei personaggi, da solo, estrapolato dalla storia, trasmette anche solo uno dei messaggi che intendevo trasmettere attraverso il romanzo.
Il test che uso adesso è questo: prendo un personaggio e tolgo la trama. Niente delitto, niente inseguimento, niente segreto da scoprire a pagina duecento. Lo metto in una stanza dove non succede nulla e gli chiedo di parlare attraverso i modi, i pensieri, le azioni. Se ha ancora qualcosa da dire, se resta in piedi il messaggio del libro, ho un personaggio.
L’Ultimo Punto ha quattro personaggi così. Anzi, cinque, se considero anche Valerio Fontana, il commissario.
I miei vecchi libri non avevano personaggi così.
Non li rinnego. Sono storie che ancora difenderei e, senza di loro, non avrei capito dove dovevo migliorare; servono anche a questo i libri imperfetti.
Perché, tra un libro che funziona e un libro che resta, c’è una distanza che viene sempre colmata dai personaggi.
IL SEGRETO DI LUKAS KOFLER: L’UNICA VOLTA CHE HO BUSSATO A UNA PORTA
Un’eccezione c’è, ed è giusto raccontarla perché è una sola.
Il Segreto di Lukas Kofler l’ho inviato a un agente letterario. Una persona, nessuna spedizione a tappeto. Una sola agenzia. Non ne è uscito un contratto, ma un consiglio, che a rileggerlo oggi, vale più di molti contratti: fare un editing.
L’ho fatto. Ho lavorato con un’editor che collaborava con Fanucci Editore, e il romanzo ne è uscito più pulito, più ordinato, più leggibile. Poi, a lavoro finito, non l’ho inviato a nessuno e l’ho autopubblicato.
Perché mi mancava ancora qualcosa.
Sapevo che la matita di un’editor, per quanto brava, riesce a sistemare un capitolo, a tagliare un tic, a rimettere in fila una scena, ma non può dare a un personaggio una voce che chi scrive non ha ancora trovato.
Quella si trova scrivendo. Un altro libro, un’altra storia.
PERCHÉ NON HO MANDATO SUBITO IL MANOSCRITTO A TUTTE LE CASE EDITRICI
Conosco la tentazione. Finisci un romanzo, sei stanco e un po’ euforico, così, l’idea di spedirlo a venti indirizzi prima di dormire ti sembra l’unica cosa sensata da fare.
Io ho imparato a diffidare di quell’euforia.
Un manoscritto arriva sulla scrivania di un editor accanto a centinaia di altri, e, di solito, la prima lettura è una selezione, non un processo di ascolto. Hai una possibilità, spesso una sola. Se la usi su un libro che tu stesso sai essere a metà, hai bruciato qualcosa che non recuperi: quel nome, su quel testo, quell’editor non te lo rilegge due volte.
Per questo ho aspettato.
Gli autopubblicati che ho scritto prima non erano un ripiego. Erano il modo di pubblicare, senza giocarmi un’occasione irripetibile, libri in cui credevo abbastanza da farli uscire e non abbastanza da metterli davanti a chi decide per mestiere. Non abbastanza per difenderli sul serio.
Anche se, soprattutto Il Segreto di Lukas Kofler, a mio avviso, ha tutte le carte in regola per diventare un thriller di successo, se rimaneggiato e curato da professionisti.
COS’È CAMBIATO CON L’ULTIMO PUNTO
Con L’ULTIMO PUNTO ho fatto la stessa prova che faccio a tutti i miei personaggi: ho tolto la trama e i personaggi sono rimasti in piedi.
Daniel, che ha smesso di suonare il violino per non sentirsi un perdente, e non l’ha mai ammesso nemmeno a sé stesso. Valerio, che usa il mestiere come anestetico per un lutto che non ha mai attraversato. Leonardo, a sua volta ossessionato da Daniel, che sceglie il tennis solo perché ha un dono, ma non lo appassiona. Beatrice, Emilia e Valerio.
Non è un caso. Dietro il thriller ci sono i temi che mi interessava trattare: l’ossessione per il successo altrui, l’invidia, l’amore che diventa controllo. Il fatto che siamo tutti angeli o demoni a seconda delle situazioni.
Nessuno, in quelle pagine, è soltanto buono o soltanto cattivo. E quelli che ti fanno più paura sono proprio i personaggi convinti che la loro sia la cosa giusta.
Questa volta, per la prima volta, il libro l’ho messo davanti a chi lo valuta di professione.
NON È PERFETTO, E LO DICO PRIMA CHE LO DICA UN EDITOR
Sarebbe disonesto chiudere qui senza una precisazione.
L’ULTIMO PUNTO non è un libro perfetto. L’ho editato. Ho riscritto frasi, tagliato i verbi descrittivi, i “come se”. Ho tagliato intere scene e ne ho inserite di nuove. Ho addolcito modi di dire di Fulvio Lombardi e reso più accattivanti quelli di altri personaggi.
Ho lavorato molto per rendere una narrazione mostrata e non raccontata.
Ma non ho la presunzione di definirmi un editor di professione. Andrebbe editato da un professionista, e non da uno qualsiasi: da qualcuno che lavori guardando il lettore di una casa editrice precisa, con un proprio target. Perché, certamente, l’ho inviato a case editrici che trattano libri di questo genere, ma ogni editore ha in testa un pubblico diverso, e un editing fatto bene serve proprio a quel pubblico.
Quello che oggi ho in mano è un manoscritto pronto per essere discusso e questa distinzione per me conta.
La differenza rispetto ai miei libri precedenti è un’altra, ed è più semplice da dire. Quelli li avevo finiti. Questo lo posso difendere in una stanza vuota, senza la trama, personaggio per personaggio.
ANGELI E DEMONI
Mi capita di pensarci rileggendo certe scene. Ognuno dei miei personaggi, in un momento diverso del libro, fa una cosa per cui ti verrebbe voglia di perdonarlo e una per cui lo investiresti.
Forse è per questo che ho aspettato tanto a far leggere qualcosa a un editore: prima dovevo scrivere personaggi capaci di dire la verità, anche quando a dirla era la parte peggiore di loro.
Beh, se sei un editore… sì, lo so che sei sommerso da manoscritti, ma se sei arrivato fin qui, sono certo avrai notato qualcosa che valga la pena approfondire.
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