HO INVIATO IL MIO ROMANZO AD ALCUNE CASE EDITRICI. E ADESSO?

(Questo articolo lo trovate anche sulla mia newsletter di Linkedin “L’ultimo punto”)

Il frigorifero buca il silenzio, poi comincia a ronzare. Un rumore piatto, metallico, che nei mesi scorsi non avevo mai registrato perché c’era il picchiettare dei tasti a coprirlo, o il dialogo tra due personaggi che litigavano nella mia testa mentre cercavo il sinonimo giusto per non ripetere tre volte «buio» nella stessa pagina.

Sono le undici del mattino.

Ho appena finito di scrivere una critica che entrerà nel mio volume I VERI ARTISTI CONTEMPORANEI 26.

Sullo schermo del computer, la casella di posta è piena, come ogni giorno, ma non ci sono ancora risposte.

Non c’è musica di sottofondo. Non piove nemmeno, oggi, anche se avrebbe aiutato la scena; fuori c’è solo una luce slavata che rimbalza sulla finestra e un vicino che sbatte uno zerbino sul pianerottolo.

È così per tutti.

Sei solo, con la tua faccia da sonnambulo riflessa nel vetro del monitor. Settimane fa, eri un costruttore di cattedrali, l’unico a sapere se quella ragazza avrebbe aperto la porta o se l’assassino sarebbe riuscito a salire sul treno delle 6:14.

Eri il padrone del destino di tante persone. Eri Dio.

Ora non conti un cazzo.

Sei soltanto una persona con un file in meno sul desktop. Che fosse di Word, di Scrivener o di Bibisco, poco importa. Resta una voragine all’altezza dello stomaco.

LA VERGOGNA SEGRETA DELLA CARTELLA «POSTA INVIATA»

Non fare finta di niente. So perfettamente cosa stai facendo.

Apri la cartella della posta inviata e ti rileggi la mail di presentazione. Non per cercare errori o per il terrore viscerale di scoprire un refuso nell’unica riga in cui ti giocavi la faccia, ma per guardare l’allegato. Come se quel rettangolino grigio con l’icona del PDF avesse una luce propria, una specie di aura radioattiva.

Lo fissi. Pensi.

È lì dentro. Tutta la mia vita dell’ultimo anno e mezzo è compressa in 1,4 megabyte.

Poi fai una cosa ancora più patetica. Apri l’anteprima. Cominci a rileggere le prime tre pagine con gli occhi che immagini avrà chi riceve cinquanta manoscritti alla settimana sulla scrivania di una redazione con l’aria condizionata troppo alta o il riscaldamento intriso del profumo intenso della collega di fronte.

«Avrò usato un tono troppo supponente nella sinossi?»

«Forse dovevo togliere quel prologo.»

«Perché diavolo ho scritto “egli”? Chi cazzo dice più “egli” nel ventunesimo secolo?»

Chiudi quella cartella. Adesso.

Se continui a vivisezionare quella carcassa finirai per riscriverla nella tua mente prima ancora che un lettore professionista abbia avuto il tempo di stampare la prima pagina per portarsela in treno. Quel libro non appartiene più a te.

L’hai lasciato andare giù per la corrente, come le barchette di carta che i ragazzini fanno galleggiare nei tombini durante i temporali estivi. Alcune finiscono incastrate tra i rami marci, altre vengono inghiottite dal fango, qualcuna, per un miracolo che non risponde alle leggi della logica, arriva fino al fiume.

Tu sei sulla riva. Correre lungo il marciapiede urlando alla barca di virare a destra serve solo a farti sembrare un pazzo davanti ai vicini.

«MA ALLORA, TI FANNO SAPERE QUALCOSA?»: IL SUPPLIZIO DEL PRANZO DELLA DOMENICA

Il problema peggiore non è l’editore. L’editore è un’entità astratta, un indirizzo generico tipo manoscritti@ oppure redazione@, un buco nero fatto di silenzio professionale e di silenzi stampa.

Il problema vero sono le persone che ti vogliono bene.

Tua madre. Il tuo migliore amico davanti a una birra tiepida. Tuo cognato mentre taglia l’arrosto la domenica. Ti guardano con quell’aria a metà tra la commiserazione e la curiosità morbosa, inclinano la testa e lasciano cadere la domanda: «Allora? Ci sono novità per quel romanzo?».

E questo accade quando va bene.

Il più delle volte, non interessa un cazzo a nessuno. Il tuo romanzo diventa eccezionale solo quando arrivi in televisione e ne parlano tutti. Allora, fidati, arriveranno tutti a dirti «lo sapevo. Ne ero certo.»

Ma devi capire che, nella macchina editoriale, tre mesi sono l’equivalente di un battito di ciglia. Non funziona come quando spedisci un curriculum per fare il cassiere al supermercato e dopo due settimane ti chiamano per il colloquio.

Per la gente normale, se non ti hanno risposto dopo venti giorni significa solo una cosa: non vali niente, la tua roba è spazzatura, ma sono troppo educati per dirtelo in faccia.

Perciò, se qualcuno ti chiede se ci sono novità sulle tue mail, ti ritrovi a balbettare scuse ridicole. «No, sai, i comitati di lettura si riuniscono con cadenza trimestrale… poi c’è la fiera… poi ci sono le ferie di agosto…».

Più parli, più la tua voce sembra quella di un disoccupato cronico che spiega perché non ha ancora trovato un impiego serio.

Impara a chiudere la bocca. Di’ solo: «Ci vorrà un anno, forse due». Fine. Spegni l’aspettativa altrui prima che diventi la benzina che alimenta la tua ansia notturna.

Non hanno colpa, loro vivono nel mondo del cartellino da timbrare, dei turni di fabbrica e delle pause caffè in ufficio; non possono sapere che il tempo di lettura di un romanzo inedito segue la stessa velocità di sedimentazione delle rocce calcaree.

IL TRUCCO SPORCO PER NON IMPAZZIRE: IL METODO DELLA CARNE CRUDA

Quindi che cosa ti inventi per far passare le giornate senza consumarti i polpastrelli sul refresh dello smartphone?

Ti dicono tutti la stessa puttanata da manuale di self-help: «Stacca la spina, fai lunghe passeggiate nella natura, dedicati a te stesso». Se hai un’altra professione oltre a quella di scrittore, dedicati a quella.

Cazzate.

Se vai a camminare nel bosco finisci solo per litigare con i tronchi degli alberi perché la protagonista del capitolo quattro avrebbe dovuto prendere quella pistola invece di scappare dalla finestra. Se ti metti a guardare le serie tv sul divano, dopo dieci minuti la tua testa comincia a sezionare la sceneggiatura pensando che tu avresti saputo scrivere dialoghi migliori di quelli, allora il veleno torna a salire dalla gola.

C’è un solo modo per cavarsi di dosso l’odore di morto che lascia un libro appena concluso.

Devi buttarti subito dentro un’altra macelleria.

Non una cosa pulita, non una scaletta ordinata con i post-it colorati appesi al muro come fanno gli studenti diligenti. Quella roba serve solo a rimandare l’attrito. Devi sederti alla scrivania, prendere un blocco note da due euro, di quelli a righe con la spirale di ferro che si piega, e cominciare a buttare giù la prima scena che ti fa schifo, che ti spaventa, che non c’entra assolutamente nulla con quello che hai spedito.

Hai appena mandato via una storia d’amore ambientata sulle scogliere della Normandia? Bene. Adesso scrivi di un vecchio benzinaio con una gamba di legno che trova un dito mozzato dentro il serbatoio di una Ford Fiesta arrugginita alle porte di Foggia. Scrivi sporco. Scrivi male. Fai errori di grammatica, usa frasi che sembrano pugni nello stomaco, evita gli aggettivi eleganti che hai distillato con il contagocce negli ultimi dieci mesi.

Anzi, evitali del tutto perché, il più delle volte, sono spazzatura per chi non ha voglia o non sa scrivere da professionista.

Ti serve il sangue fresco per toglierti dalle narici il profumo stantio dell’opera che sta marcendo in attesa di giudizio. Devi tradire il tuo vecchio manoscritto. Devi dimenticare il nome dei personaggi per cui hai pianto alle tre di notte; se resti loro fedele, diventerai la vedova inconsolabile della tua stessa mediocrità.

Devi far nascere nuovi personaggi.

LA VERITÀ SULLA BUSTA CHE NON ARRIVA

Mettiti comodo, perché questa è la parte che nessun corso a pagamento ti dirà mai con la dovuta cattiveria: la maggior parte delle storie non ce la fa.

Non perché siano orribili. Spesso sono solo ordinarie, oppure arrivano nel momento sbagliato, o capitano sul tavolo di una persona che quella mattina ha litigato con il compagno e non ha nessuna voglia di empatizzare con il tuo dramma borghese da trecento cartelle o con il tuo thriller psicologico fatto di personaggi frustrati e fuori di testa.

Potrebbe non arrivare mai una risposta. Niente. Zero. Nemmeno due righe precompilate con il logo in testa e la firma in fotocopia.

Se succede, e ci sono ottime probabilità che succeda, fidati, la tentazione sarà quella di sentirti un truffatore. Ti guarderai indietro e vedrai le ore rubate al sonno, i fine settimana passati con la schiena curva mentre gli altri andavano al mare, i soldi spesi in caffè e sigarette, se fumi, – smetti, altrimenti il cancro ti porta via e, oltre al danno, pure la beffa – e ti sembrerà tutto una gigantesca, ridicola truffa che hai giocato contro te stesso.

Ma c’è un dettaglio che nessun rifiuto, né palese né travestito da silenzio, potrà mai scrostare via dal legno del tuo tavolo: quell’oggetto esiste.

L’hai tirato fuori dal nulla. Prima di te c’era una stanza vuota, una sedia e un fascio di fogli bianchi. Adesso c’è una storia con un inizio, un centro e una fine. Sei andato fino in fondo mentre la maggior parte della gente che vuole scrivere un romanzo si ferma a pagina quaranta raccontando agli amici al bar che ha “un’idea pazzesca per un romanzo” che non scriverà mai, nemmeno dopo vent’anni.

Perché, come diceva Moravia, per arrivare alla fine di un romanzo, ci vogliono gli attributi. E tu li hai. Il romanzo l’hai terminato. Come diceva un mio docente di Comunicazione istituzionale, per guidare un’azienda è necessario saper inventare e scrivere un romanzo. Se non sei capace di creare situazioni su carta, farai un disastro nella vita vera.

L’attesa serve a questo.

Non a compiacere chi deve decidere se stamparti o no, ma a misurare quanto callo hai sulle dita. Ti serve a capire se scrivi per vedere il tuo nome stampato sopra una copertina lucida o se scrivi perché, semplicemente, quando non lo fai diventi una persona insopportabile con cui vivere.

Scolati quel caffè freddo. Fa schifo, ha il sapore della polvere e dell’amaro del fondo.

Pulisci la tastiera con la manica. E comincia la riga successiva.

Anche perché, se non ti pubblica una casa editrice, puoi fare comunque da te. E se sai come pubblicizzarti, anche con risultati superiori a quelli di qualunque casa editrice di piccolo e medio livello.


Dott. Pasquale Di Matteo

Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine. Analista di geopolitica. Scrittore e saggista. Executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei.

Il coach del Kinsaisei, inventore, Pasquale Di Matteo

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

Rispondi