Hai presente quel momento esatto?
Quello in cui la sala si ammutolisce, i microfoni si aprono e decine di paia di occhi convergono su di te, aspettando solo di capire se sei carne o pesce?
O quel momento, ancora più intimo e feroce, in cui sei seduto all’angolo di un tavolo di cristallo da venti posti, hai davanti la controparte che ha appena rifiutato la tua ultima offerta e la stanza sembra a corto d’ossigeno?
Il cuore sale in gola, picchia contro la base del cranio come un martello idraulico. Le dita, sulle cosce o appoggiate al bordo levigato del tavolo, iniziano a vibrare di una frequenza irregolare che nessun abito sartoriale potrà mai camuffare del tutto.
In quel preciso istante, la maggior parte delle persone si abbandona a un gesto. Spesso minuscolo, irrilevante per chi osserva da fuori, ma monumentale per chi lo compie.
C’è chi aggiusta il nodo della cravatta due volte. Non tre, due. Chi sfiora l’angolo dell’orologio. Chi picchietta la penna sul taccuino: uno, due, tre colpi sordi. Chi, come certi vecchi investigatori cresciuti per strada, fa ballare una sigaretta spenta tra le falangi, senza mai accenderla, usandola come fosse un rosario per tenere occupata la mente prima che i pensieri vadano in fiamme. Altri, ruotano la fede.
Nel tennis di Leo Lombardi, uno dei protagonisti del mio prossimo romanzo, questo è il momento dei tre rimbalzi della pallina prima di servire.
Uno, due, tre.
Mai uno in più, mai uno in meno. Il feltro giallo che schiaffeggia l’erba, il cemento o la terra rossa, mentre lo stadio ammutolisce e il tabellone segna il match point.
Perché lo facciamo? Che cos’è quel riflesso che ci costringe a recitare una coreografia scaramantica proprio un attimo prima di gettarci nel vuoto?
La risposta breve è che siamo tutti profondamente spaventati dall’abisso. La risposta lunga appartiene alla neurologia, ma assomiglia a un romanzo poliziesco in cui la vittima e il detective condividono lo stesso cranio.
Quando sei sotto stress estremo, che si tratti di battere per il titolo a Wimbledon, salire su un palco, davanti a un migliaio di sconosciuti, o chiudere una transazione che deciderà la sopravvivenza della tua azienda, il tuo sistema limbico interpreta la situazione come un’imboscata nella giungla.
L’amigdala sequestra l’intero apparato decisionale. Il corpo viene inondato di cortisolo e adrenalina; il sangue abbandona le estremità per rifugiarsi nei grandi muscoli della fuga.
La bocca si fa arida, la vista si restringe a due fessure e la corteccia prefrontale, la cabina di regia razionale, la parte che dovrebbe farti sembrare un negoziatore brillante o un oratore magnetico, comincia a sfarfallare come un neon difettoso.
È quello che gli psicologi dello sport chiamano choking, il momento in cui la coscienza tenta di controllare meccanicamente azioni che il corpo saprebbe compiere a memoria, finendo per inceppare l’intero meccanismo.
Più cerchi di non sbagliare la prima frase, più la lingua si impiglia contro il palato.
Più ti imponi di non mostrare debolezza, più le gambe assumono la consistenza della lana bagnata.
Ed è qui che interviene quel rito.
L’ANCORA DEI TRE COLPI
Il cervello umano non è una macchina logica, ma una bestia abitudinaria che cerca disperatamente un appiglio quando sente cedere il terreno sotto i piedi.
Un gesto ripetuto, eseguito sempre con la medesima cadenza millimetrica, è una mossa del cavallo sulla scacchiera dello stress: scavalca l’ostacolo del panico.
Quando gioco a scacchi con mio cognato, me ne accorgo subito. Lui è più bravo di me, ma quando accende una sigaretta durante una partita, capisco che le mie mosse sono quelle giuste.
Quel micro-rituale non serve a rilassarsi. Chiunque vi dica che serve a rilassarsi non è mai stato su un palco o a un tavolo negoziale.
Quel gesto serve a frenare il tempo. Serve a ingannare il sistema nervoso autonomo, serve a dirgli: «Guarda, conosco questa sequenza. L’ho fatta mille volte. Se sto facendo questo, significa che il mondo non sta finendo adesso. Stai tranquillo, che ce la facciamo.»
È un’illusione di controllo. Ma è l’unica illusione che funziona.
Nel ritmo ternario, uno, due, tre, c’è la chiusura di un ciclo. Il primo tocco sveglia i polpastrelli, il secondo allinea la colonna vertebrale, il terzo svuota i polmoni. Quando la sequenza si esaurisce, l’amigdala allenta la morsa per quella frazione di secondo che basta a liberare il movimento, a pronunciare la prima sillaba, a scagliare la sciabolata a duecento chilometri orari lungo la riga gessata.
Il problema sorge quando il rituale diventa una pantomima vuota.
Tutti abbiamo visto quegli speaker aziendali addestrati a tavolino nei corsi di public speaking, quelli che salgono sul palco, aprono le braccia a compasso con un sorriso da cartellone pubblicitario, muovono i passi sul palco contando mentalmente le mattonelle.
Sembrano vivi, ma puzzano di plastica. Sono manichini. E il pubblico se ne accorge ancora prima che abbiano proferito parola.
La differenza tra un gesto utile e una posa da attore dilettante sta nel peso che gli attribuisci. Il vero rituale non si improvvisa per sembrare sicuri, ma nasce da una cicatrice. È l’armatura che ti sei costruito da solo dopo aver fallito, dopo aver perso un set decisivo, dopo aver balbettato davanti al consiglio d’amministrazione mentre qualcuno ti fissava come si fissa un fallito.
Chi comanda la pressione non cerca di piacere a tutti i costi. Al contrario, impara a convivere con l’ombra che lo accompagna.
Non usa il gesto per nascondere la propria fragilità, ma per imbrigliarla. Come un musicista che prima di attaccare un assolo di Paganini alla Fenice non guarda la platea, ma fissa l’attaccatura della spalliera al violino, respirando solo da una narice per ingannare il battito cardiaco.
Proprio come accade a Daniel, altro personaggio di L’Ultimo Punto.
COME COSTRUIRE LA TUA SEQUENZA DI SOPRAVVIVENZA
Se negozi, presenti o guidi persone in territori ostili, non ti serve imparare trucchi di linguaggio del corpo, ma un’ancora fisica, un automatismo che ti appartenga così intimamente da non richiedere di pensarci. Come camminare.
Scegli un gesto microscopico, mai plateale.
Non devi battere le mani o esibirti in respirazioni teatrali. Basta un contatto: i polpastrelli del pollice e dell’indice che premono l’angolo del taccuino; la mano che ruota la fede nunziale; la punta della scarpa che si pianta a un millimetro da un punto di riferimento prima di parlare.
L’invisibilità è eleganza, ma, soprattutto, è sicurezza: nessuno deve sapere che ti stai aggrappando a un’ancora.
Mentre le dita compiono il movimento, l’aria deve entrare nei polmoni fino a toccare il diaframma, senza sollevare le spalle. Due secondi di apnea. Poi un rilascio lento, controllato, attraverso le labbra socchiuse. L’ossigeno pulisce la vista; il gesto richiama il corpo all’ordine.
Non saltare mai la sequenza.
Se decidi che i palleggi sono tre, devono essere tre. Se sono due o quattro, hai già concesso un margine al caos. E il caos, nelle partite decisive della vita, non concede rivincite.
Puoi avere il miglior servizio del mondo, puoi avere la tecnica impeccabile di chi ha passato vent’anni a limare ogni sbavatura, puoi aver pianificato ogni parola della tua arringa o della tua presentazione. Ma il campo da gioco non concede sconti.
La distanza tra la gloria e il crollo definitivo spesso si riduce allo spessore di una riga bianca, a un millimetro dentro o fuori, a un grumo di cellule che decide di ribellarsi in silenzio dentro la scatola cranica, decidendo che la tua vita finirà a breve, mentre tu credi di essere invincibile.
I rituali non servono a garantirti che vincerai la partita. Servono a garantirti che, quando scenderai in campo per giocarti l’ultimo punto, non sarai già morto già prima di servire.
Tutto il resto, i contratti, gli applausi della platea, le telecamere, i soldi che si spostano da un conto all’altro mentre qualcuno prova a riscrivere la tua storia, è solo rumore di fondo.
Il vero match point si gioca sempre dentro di te, in quel silenzio denso che precede il primo movimento.
Uno, due, tre rimbalzi.
Poi, e soltanto poi, si comincia a giocare sul serio.
P.S: In attesa di conoscere le sorti del mio manoscritto L’ULTIMO PUNTO, sto regalando il mio primo romanzo, uscito nel 2021, IL SEGRETO DI LUKAS KOFLER.
Qui i primi capitoli.
Dott. Pasquale Di Matteo
Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine. Analista di geopolitica. Scrittore e saggista. Executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei.