C’è una cosa che il mercato del coaching, un mercato da 20 miliardi di dollari, a livello mondiale, ha tutto l’interesse a tenere nascosta.
No, non parlo degli improvvisati, di quelli che, a malapena hanno studiato all’istituto tecnico, e vogliono insegnarti a vivere, senza studi accademici in relazioni, PNL e Psicologia.
È un problema enorme, che spesso squalifica anche noi professionisti laureati e con master, ma non voglio parlare di quello.
Non è nemmeno un complotto, ma semplicemente la logica dell’incentivo economico.
La maggior parte delle persone che hanno bisogno di un coach non ha bisogno di un coach. Ha bisogno di smettere di aspettare il permesso per fare ciò che già sa di dover fare.
Questo è il segreto che nessuno nel mercato del coaching ha interesse a dirti.
IL MECCANISMO DEL COACHING CHE NESSUNO NOMINA
Il coaching funziona. Non sto mettendo in discussione questo.
Ma funziona per una ragione specifica che raramente viene articolata chiaramente, cioè perché crea responsabilità esterna, perché crea uno spazio in cui qualcuno che rispetti ti chiede conto di quello che hai detto che avresti fatto.
Non perché il coach sappia qualcosa che tu non sai, ma perché, più spesso di quanto si ammetta, il cliente sa già esattamente cosa deve fare.
Sa quale conversazione sta evitando. Sa quale decisione sta rimandando. Sa quale cambiamento sta procrastinando.
Il coaching, in questi casi, non porta nuova conoscenza, bensì nuova responsabilità.
IL PARADOSSO DEL MERCATO DEL COACHING
Il paradosso è che un mercato che dipende dalla domanda dei clienti non ha incentivo a dire ai clienti che potrebbero risolvere da soli una parte di quello per cui pagano.
Ciò non rende il coaching disonesto, ma lo rende uguale a qualsiasi altro mercato di servizi; il dentista non ti dice che potresti fare a meno di lui con una corretta igiene orale quotidiana; il personal trainer non ti dice che una camminata di 30 minuti al giorno sostituisce metà delle sessioni.
La verità comoda è che il coaching professionale ha un valore reale e documentato; la verità scomoda è che il mercato lo vende spesso a persone che potrebbero prima provare alcune cose più semplici.
3 DOMANDE PRIMA DI CERCARE UN COACH
Prima di investire in un percorso di coaching, fatti tre domande oneste.
Domanda numero uno: so già cosa dovrei fare ma non lo faccio?
Se la risposta è sì, il problema non è informativo, ma comportamentale.
Un coach può aiutarti, ma potresti anche iniziare costruendo una struttura di responsabilità con un collega o un amico.
Seconda: il mio problema richiede una prospettiva esterna genuinamente diversa dalla mia? Se non riesci a vedere una soluzione possibile, se sei in un punto cieco strutturale, allora il coaching porta valore diretto. Se, invece, vedi la soluzione, ma non la implementi, il problema è altrove.
Terza: sono pronto a cambiare qualcosa di sostanziale? Il coaching non funziona sulle persone che non vogliono davvero cambiare – produce sessioni piacevoli e poco movimento. Il coaching funziona sulle persone in un momento di reale apertura al cambiamento.
QUANDO IL COACHING È INDISPENSABILE
Detto questo, e detto onestamente, ci sono situazioni in cui il coaching ha un valore che nessuna alternativa può replicare.
Quando sei in un momento di transizione identitaria profonda (cambio di carriera, riemersione dopo una crisi, costruzione di una nuova fase professionale) e non hai bisogno soltanto di strategie, ma soprattutto di qualcuno che ti accompagni nel processo di ridefinizione di chi sei.
Quando il tuo problema ha una componente emotiva che non riesci a gestire da solo e che impedisce qualsiasi chiarezza razionale.
Quando hai bisogno di qualcuno che abbia già attraversato quello che stai attraversando, non come teoria, ma come esperienza vissuta.
Questa è la forma più alta di coaching: non il trasferimento di framework, ma la testimonianza di un percorso reale.
LA COSA CHE IL MERCATO NON VUOLE CHE TU SAPPIA E CHE IO TI DICO LO STESSO
Il coach migliore non è quello che ti rende dipendente dal coach, ma quello che ti insegna a non averne più bisogno.
Un buon coach lavora per rendersi progressivamente irrilevante nella tua vita. Ti dà strumenti, framework, prospettive, poi ti manda nel mondo a usarli senza di lui.
Se il tuo coach, o il coach che stai considerando, non ti dice mai nulla di scomodo, non ti mette mai in discussione, non ti porta mai a vedere qualcosa che preferiresti non vedere, quello non è coach. È un tizio che ti offre un servizio di convalida emotiva con una parcella professionale.
La verità che nessuno nel mercato ha interesse a dirti è che il coach giusto è quello che dopo 6 mesi ti lascia più autonomo, più chiaro e più capace di quanto eri quando hai iniziato. Non più dipendente, non più convinto di aver bisogno di lui per sempre.
Questo è il Metodo Kinsaisei.
Non vengo a darti le risposte. Vengo ad aiutarti a costruire le domande giuste, quelle che poi puoi continuare a farti da solo, per il resto della tua carriera.

