L’INGANNO SILENZIOSO. PERCHÉ L’ARTISTA MODERNO È IL BERSAGLIO PERFETTO

di Pasquale Di Matteo

Hai mai avuto la sensazione che qualcosa non tornasse?

Quel tarlo sottile che ti rode la nuca mentre guardi una foto, leggi un messaggio, ascolti una promessa.

Lo ignori. Perché vuoi crederci.

Perché hai bisogno di crederci.

Ma te lo dico senza giri di parole: non puoi fare progressi se continui a farti fregare.

Negli ultimi anni ho incrociato migliaia di artisti. Tra Roma, Milano, Bari, Torino, Osaka.

Ho visto occhi accesi di sogni e poi spenti come lampadine bruciate. Ho stretto mani che tremavano di entusiasmo e, qualche mese dopo, le stesse mani, molli, abbandonate sul tavolo di un bar, mentre mi raccontavano l’ennesima storia di un gallerista che non esisteva, di una mostra che non c’èra mai stata, di un collezionista che esisteva solo nelle balle di alcuni galleristi.

Non tutti, ovviamente, ma la maggior parte sono ingenui, direi quasi teneramente vulnerabili, pronti a spogliarsi dell’anima e del portafoglio davanti al primo che mormora “New York”, “Londra”, “mercato internazionale”, senza verificare che non sia una panzana.

Ricordo che, nel 2018, quando ho cominciato a lavorare anche come critico d’arte, non c’era nessuno che si dichiarasse internazionale. Tuttavia, non appena sono diventato rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha Osaka, e ho cominciato a inserire l’attributo internazionale dopo la dicitura “critico d’arte”, sono spuntati critici d’arte internazionali ovunque. Come i funghi dopo la pioggia.

Il problema è che un termine non fa il professionista, soprattutto quando il presunto professionista non ha nessun motivo tangibile per definirsi internazionale.

E non può certo bastare aver fatto una gita di due settimane in una galleria di Parigi, per definirsi tale, ma serve un’attività costante, nel tempo, con un legame strutturato in una nazione estera. Altrimenti, sarebbero tutti internazionali. Basterebbe organizzare una mostra in una sala di bottega all’estero.

Invece, no. Solo che gli artisti non si informano.

Ti faccio un esempio.

Una mattina, scorrendo Facebook, mi imbatto in alcune immagini. Un artista italiano, bravo per carità, ma sconosciuto al grande pubblico, espone in una galleria negli Stati Uniti. Le foto mostrano un’inaugurazione affollata: volti sorridenti, calici di champagne, quadri alle pareti. Tutto bellissimo.

Peccato che quelle persone non esistano.

Non servono corsi di intelligenza artificiale per capirlo. Basta osservare. E osservare è un’arte dimenticata.

Posture rigide, sguardi che non incrociano mai un punto preciso, situazione schematiche.

Una donna indossa un pesante cappotto, a pochi metri, una ragazza e un uomo in canottiera. Accanto, un uomo in abito elegante, con giacca e cravatta.

Un cortocircuito evidente, impossibile nella stessa stanza, nella stessa ora, nella stessa città, con la medesima temperatura.

Eppure, l’artista aveva condiviso quelle foto con orgoglio. Nessun dubbio. Nessuna domanda. Solo gratitudine verso chi gli aveva venduto la favola.

Ti sembra un caso isolato?

Ascolta questa.

Un pittore che conosco, tra i più talentuosi, uomo attento ai dettagli, mi racconta di aver scoperto la truffa del suo gallerista quasi per caso. Il tizio millantava viaggi annuali a New York. “Porto le tue opere oltreoceano”, diceva.

E ogni anno spediva le stesse foto: lui davanti a un grattacielo di Manhattan, sorridente, in giacca e cravatta. Ogni anno, lo stesso muro bianco con le sue opere appese.

Il pittore in questione ci ha creduto per tre anni. Tre anni.

Poi, una sera, mentre riordinava vecchie mail, ha notato qualcosa. Ha aperto le foto una accanto all’altra.

Stesso palazzo, stessa angolazione, stessa luce pomeridiana. E dietro il gallerista, sempre lo stesso taxi giallo. Con lo stesso codice identificativo inciso sulla portiera. Nella stessa posizione, parcheggiato esattamente a venti centimetri dal marciapiede.

In una metropoli come New York?! Dove un taxi cambia posizione ogni trenta secondi?!

Impossibile. Assurdo. Ridicolo.

Il gallerista aveva scattato una dozzina di foto in un pomeriggio, il primo anno, cambiando giacche e camicie. Poi le aveva riciclate anno dopo anno, facendo credere a ignari “clienti” di tornare sul posto ogni volta.

E cosa dire di quei concorsi in cui, storicamente, vincono sempre gli stesi nomi? E quelli in cui i vincitori diventano giudici?

È uno dei motivi per cui sono contrario alle mostre concorso, anche perché non hanno alcuna ragione di esistere.

Ma c’è un altro errore, più sottile, più pericoloso. E qui entriamo nel vivo della comunicazione, anzi, della sua totale assenza, in verità.

Negli ultimi tempi, vedo artisti convinti di fare pubblicità intelligente a costo zero. Usano app che permettono di inserire le proprie opere in stanze di lusso, uffici eleganti, loft minimalisti.

“Ecco il mio quadro in un salotto di Milano”, postano. “Il mio dipinto nell’ufficio di un CEO”, scrivono su Instagram.

E sbagliano. Sbagliano in modo clamoroso.

Perché stanno trattando le loro opere come fosse una pizza. O un rossetto. O un rubinetto. O un filtro per l’acqua.

Capisci la differenza?

Un rubinetto lo vendi mostrandolo in una cucina elegante. Una pizza la promuovi con un’immagine che fa venire voglia di mangiarla, ma un’opera d’arte?

Non è un oggetto funzionale. Non devi “ambientarla” per convincere qualcuno che “starà bene nel suo salotto”, altrimenti non vale più di uno specchio, di una tenda o di un soprammobile.

No.

Un artista diventa artista nel momento in cui il mercato – e il collezionista – lo cercano per il nome.

Ti ripeto, perché è fondamentale: nessuno ha interesse per un’opera che sembra un Picasso, ma è stata dipinta da Pinco Pallino. Nessuno. Zero. Nemmeno tua madre, se è onesta.

Ma se quella tela è di Picasso, anche se è un disegno scarabocchiato su un tovagliolo, può valere milioni.

Perché è il nome che conta, non l’opera. L’opera è la conseguenza, il certificato di esistenza di un nome che ha costruito un mito. E, se non riesci a capire questa verità fondamentale, non farai mai strada come artista.

Per costruire un nome servono competenze, studi, strategie. Non puoi fare da te se non hai studiato Comunicazione. Non puoi delegare a quello che “se ne intende di social”. Non puoi affidarti al cugino bravo con Photoshop o all’amico che ha seguito un corso di digital marketing su YouTube, magari pagato 1000 euro per una ventina di video zeppi di ovvietà

Perché loro pensano a vendere. A fare “engagement”. A ottenere “like”.

Ma tu non devi vendere un quadro come se fosse una saponetta, ma costruire un’autorità. Devi diventare un punto di riferimento, devi far sì che, quando si parla del tuo genere, il tuo nome sia il primo a uscire.

E questo non si fa con le immagini generate dall’intelligenza artificiale. Non si fa con i taxi finti sullo sfondo. Non si fa con le app che mettono i tuoi quadri in salotti che non esistono.

Si fa con l’intelligenza strategica di chi sa che ogni mossa, ogni parola, ogni silenzio, ogni post, ogni mail, è una pedina su una scacchiera.

E se non lo sai, se non l’hai studiato, se pensi che basti “essere bravo” e “avere talento”, beh. Allora… allora sei già stato fregato. E non te ne sei nemmeno accorto.

Ho visto artisti accettare clausole che li trasformavano in operai pagati a cottimo. Ho visto promesse svanire come fumo. Ho visto mostre che erano solo pubblicità per il critico noto.

Perché mancava la consapevolezza. Quella capacità di leggere tra le righe, di osservare il taxi sullo sfondo, di chiedersi: “Perché questa persona dovrebbe aiutarmi? Cosa ci guadagna?”

Senza quella domanda, sei carne da macello. Con quella domanda, inizi a giocare un’altra partita.

Attenzione: anch’io non lavoro gratis. Il punto non è chiedere un compenso per il proprio lavoro, che è legittimo e sacrosanto. Anzi, fai attenzione a chi lavora gratis, perché o non vale niente, oppure ha un secondo fine.

Allora, te lo chiedo con tutto il rispetto che ho per la tua arte, per il tuo sudore, per le tue notti insonni davanti a una tela o a un blocco di marmo: vuoi ancora farti fregare o sei pronto a smettere?

Vuoi ancora inseguire “internazionali” così, tanto per fare, o vuoi farti seguire da un “internazionale” vero, che può dimostrarti con i fatti di esserlo?

Se sei pronto, inviami una mail: info@pasqualedimatteo.com


Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei. Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership.Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine.

www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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