C’è una guerra silenziosa che non viene combattuta sui campi di battaglia, né nelle sale dei consigli di amministrazione delle multinazionali, ma nel buio delle menti mediocri.
È un conflitto persino più insidioso di quelli che studio nelle mie analisi geopolitiche per Tamago-Zine, perché non ha frontiere definite e non richiede armi convenzionali, ma solo un paio di occhi velati dal veleno che porta dritti alla sconfitta.
Parlo dell’invidia.
Quell’emozione corrosiva che ti trasforma in uno spettatore della tua stessa vita, condannandoti a un’agonia in tempo reale.
Ascolta bene, perché quello che sto per dirti non è soltanto psicologia, ma è pura strategia di sopravvivenza in un mondo che mangia i deboli.
L’invidia ti fa vivere una vita breve, non necessariamente perché accorcia il numero dei tuoi giorni, ma perché brucia il tuo tempo, che è la valuta più preziosa che possiedi.
È follia pura. È demenziale.
In geopolitica, una nazione che spenda le sue energie a spiare i confini del vicino per odio, invece di fortificare i propri interni, è destinata a crollare o a vivere nel caos. E basta guadare il Medio Oriente per capirlo.
L’invidia è un embargo autoimposto. Sei tu che blocchi il tuo porto, tu che impedisci alle merci di arrivare, tu che affami il tuo popolo interiore, perché non tolleri che un altro essere umano abbia osato vincere.
E per comprendere questo esempio, basta vedere le scellerate politiche europee degli ultimi anni per comprendere la cosa.
GLI OCCHI CHE NON VEDONO, MA OFFENDONO
Qui entra in gioco la mia esperienza in PNL e nella Sociologia della Comunicazione.
L’invidioso soffre di una grave distorsione percettiva, per cui il suo cervello non è programmato per l’apprendimento, ma per la difesa di un ego fragile.
Quando guardi qualcuno che ce l’ha fatta, se sei normale e in pace con te stesso, i tuoi occhi non dovrebbero essere due pistole pronte a sparare, ma due antenne pronte a captare dati, informazioni, soluzioni, spunti; invece, l’invidioso non può farlo.
La sua visione è annebbiata da un blocco energetico che impedisce il flusso vitale dell’evoluzione. Anziché studiare la strategia del vincitore, analizzarne i movimenti, capirne la disciplina, l’invidioso si ferma alla superficie.
Osserva per offendere. Osserva per denigrare. È un meccanismo di difesa primitivo: se distruggo il valore di ciò che è riuscito a fare l’altro, allora il mio stare fermo diventa accettabile. Ma è una menzogna che racconti a te stesso, una pillola avvelenata che inghiotti ogni mattina.
LA GEOPOLITICA DEL FRACASSO: IL “NUOVO AVVOCATO”
Pensa a scenari reali, a quelli che accadono sotto i tuoi occhi ogni giorno. Prendi il vicino di casa, magari quel ragazzo che hai sempre visto con i libri sotto il braccio mentre tu perdevi tempo a guardare il nulla. Lui era giovane, tu già un adulto.
Passano gli anni, il ragazzo si laurea in Giurisprudenza. Supera l’esame da avvocato, un’impresa titanica che richiede una disciplina ferrea, un sacrificio mentale che tu non puoi nemmeno immaginare, visto che hai smesso di studiare dopo il diploma, più di trent’anni fa.
Nessuno ti vieta di andare da quel ragazzo a complimentarti e a chiedere: “Come hai fatto? Qual è stato il tuo piano di studio? Come hai gestito lo stress?”
No. La tua bocca si contorce in un ghigno sarcastico e sussurri: “Eh… sì, adesso è l’avvocato”. E quell'”adesso” è di pietra, un peso morto, ancor più del termine “avvocato”, emesso con tono dispregiativo.
Lo stesso schema, identico nelle dinamiche comunicative, lo ritroviamo con la ragazza laureata in Psicologia che apre il suo studio. Lei ha investito denaro, tempo, emozioni e tanta, tantissima fatica.
Ha rischiato. Lei ha messo in gioco se stessa nel mercato.
Tu, seduto sulla tua poltrona di spettatore, la guardi con disprezzo e sbeffeggi: “La psicologa…”. Quell’articolo indeterminativo, pronunciato con quel tono, è un’arma di distruzione di massa rivolta contro te stesso.
Non stai ferendo lei agli occhi degli altri, perché lei è lì, nel suo studio, a lavorare, a evolvere, a costruire il suo impero, con la sua laurea appesa alla parete che le è costato anni di sacrifici.
Stai ammazzando te stesso.
Perché chi conosce la fatica e sa cosa significhi studiare, chi è positivo e guarda solo al successo, ammira quella ragazza. Ammira l’avvocato. Ammira chiunque faccia di tutto per evolvere come persone.
Allo stesso modo, chi ha una simile attitudine, riconosce lontano un miglio chi è invidioso del successo altrui.
L’ANGOSCIA DEL FALLIMENTO
L’invidioso vive in uno stato di allerta rosso perpetuo.
È angoscia pura. Ogni traguardo degli altri non è una gioia per l’umanità, ma un affronto personale. Il successo dell’altro è lo specchio del tuo immobilismo. E invece di rompere quello specchio e mettersi a lavorare, tu cerchi di appannarlo con il sarcasmo.
Cerchi di sminuire l’impresa altrui perché ammettere che qualcuno possa superarti, che qualcuno possa aver studiato di più, lavorato meglio, pensato in modo più strategico, sarebbe la fine del tuo mondo.
Ma il mondo reale continua a girare, imperterrito. La Terra non smette di ruotare solo perché tu sei invidioso. I mercati non si fermano. Le carriere dei CEO brillanti, delle donne e degli uomini di successo non si arrestano perché qualcuno in un angolo sta imprecando contro di loro.
Vivere nella costante angoscia per ciò che fanno gli altri è da dementi. È da falliti.
Uso termini duri? Sì, perché la verità deve essere compresa.
Stai bruciando le tue riserve energetiche in cose che non sono sotto il tuo potere. Non puoi controllare se il vicino diventa avvocato. Non puoi controllare se la ragazza diventa una psicologa di successo. Quello è il loro territorio, la loro sovranità.
Tutto il tempo che perdi a complottare contro il loro successo o a sentirsi piccolo, è tempo sottratto alla tua evoluzione e al tuo di successo. Potresti usare quelle ore per studiare una nuova lingua, per perfezionare una tecnica, per fare palestra, per costruire una relazione, per diventare un uomo o una donna di spessore.
Potresti usare quell’energia vitale che è dentro di te, per scolpire la tua statua, scendendo dal piedistallo e senza lanciare pietre contro le statue degli altri.
Perché la vita è una questione di scelte. Puoi smettere di guardare l’erba del vicino, quella che ritieni più verde solo per sentir meglio la tua aridità, e iniziare a zappare la tua terra, finalmente.
È dura. È faticosa. Richiede umiltà. Ma è l’unico modo per vincere. È l’unico modo per non avercela più con il mondo intero, per non essere circondato da persone fortunate, da “l’avvocato”, “l’ingegnere”, “il coach”, la “psicologa”…
Ogni commento sarcastico sugli altri è un giorno che rubi alla tua grandezza.
Osserva per imparare, non per offendere. Studia per evolvere, non per stagnare.
Il successo degli altri non è il tuo fallimento, ma, anzi, è la prova vivente che riuscire è possibile. E se è possibile per loro, è possibile anche per te, a patto che tu smetta di sprecare il tuo prezioso, irripetibile tempo a odiare, a comportarti da imbecille, e inizi finalmente a studiare, a fare, a lavorare.
A evolvere.