LA CAMERIERA CHE HA RISCRITTO IL MIO ROMANZO

L’incipit che ho dovuto uccidere per “salvare” il romanzo

C’è una cameriera, nel mio romanzo, che entra in una stanza d’albergo e trova un uomo appeso a un filo.

Si chiama Marta. Non sa chi sia l’uomo. Non sa perché sia lì. E, per le prime due pagine, nemmeno chi legge lo sa. È in quel vuoto, costruito con una cura quasi ossessiva, che si decide se un thriller psicologico sopravvive al minuto che un lettore concede, in media, prima di decidere se continuare o richiudere il libro.

Fino a qualche mese fa, Marta non esisteva. O meglio: esisteva, ma arrivava più tardi, in una scena secondaria, già filtrata dal contesto.

Nella mia prima struttura, come nella prima stesura, il romanzo apriva diversamente. Cominciava con “Il giorno della semifinale”. Wimbledon, la pressione mediatica, un campione italiano che vola via da Londra senza dare una motivazione a nessuno.

Era un’apertura corretta. Funzionava. Ed è proprio per questo che non andava bene, perché stavo spiegando troppo e troppo presto. Stavo dicendo al lettore di chi fidarsi, chi temere e chi compatire, prima che avesse il tempo di farsi domande, di interpretare, di formulare ipotesi.

Stavo spegnendo l’immaginazione del lettore.

Me lo ripeto spesso, da quando ho iniziato a editare sul serio questo libro: la trama non si spiega, si subisce. È quello che ho imparato leggendo Stephen King raccontare il proprio mestiere ed è quello che vedo fare, pagina dopo pagina, in certi romanzi di Joel Dicker. Non aprono mai dicendo cosa sta per succedere, ma mostrando le conseguenze di qualcosa che è già successo. Lasciano che sia il lettore a inseguire i fatti, da solo, senza una mano che lo guidi.

Così, ho preso la scena della scoperta del cadavere, che nella prima stesura arrivava dopo, raccontata dal commissario Fontana, e l’ho spostata all’inizio.

Nuda. Senza niente a fare da cuscinetto. Senza spiegazioni. Il lettore non la legge. La vede, la vive. Come la prima scena di un film.

La stanza è quella di un hotel milanese senza pretese, il Red Paris. Non certo una suite di lusso, non una camera degna della fama di un campione del tennis milionario. Un corridoio anonimo, una porta come tante, e una corda da racchetta trasformata in qualcosa che nessun lettore, nemmeno il più smaliziato, si aspetta di dover guardare così presto.

Volevo che chi legge entrasse in quella stanza prima di sapere perché gliene dovesse importare. La storia del campione arriva dopo. Wimbledon arriva dopo. All’inizio c’è solo un corpo, e Marta, che quella mattina avrebbe voluto essere ovunque tranne lì, con lo spolverino ancora in mano e un carrello della colazione lasciato a metà strada, sulla soglia.

Non è un dettaglio tecnico da poco, questo scambio di priorità. In narrativa esiste un termine per descriverlo, in medias res, dritti nel mezzo delle cose. Ma ridurlo a una tecnica sarebbe un torto al lavoro vero che c’è stato dietro: settimane a chiedermi cosa il lettore potesse desiderare di sapere. Una domanda che produce tensione, perché è la tensione, non l’informazione, a tenere qualcuno sveglio fino alle due di notte con un libro in mano, quando avrebbe potuto posarlo un’ora prima.

C’è un prezzo, in questa scelta, e non ho intenzione di nasconderlo. Aprire sul cadavere invece che sul campione significa rinunciare a un gancio facile.

Il nome, il prestigio, la pressione mediatica di un evento che tutti riconoscono – Wimbledon – per scommettere su uno più rischioso: la curiosità pura, senza protezioni, di chi non sa ancora nulla e deve decidere se fidarsi di me.

È più spaventoso scrivere così. Non hai Wimbledon a tenerti la mano nelle prime due pagine. Hai solo una scena. E se la scena non regge, non regge niente, non c’è trama abbastanza intricata, dopo, a rimediare a un inizio che non ha saputo farsi desiderare.

Regge, oggi, a rileggerla con la distanza di chi l’ha riscritta troppe volte per ingannarsi ancora da solo: due pagine, Marta, una porta, un odore che per un po’ la pagina rifiuta ancora di nominare per esteso.

Solo al capitolo successivo, il primo capitolo del romanzo, arriva Wimbledon. E arriva più forte perché chi legge ci arriva già carico di domande a cui non ho dato alcuna risposta.

È la lezione più semplice e insieme più difficile da applicare, in questo mestiere: non è la prima informazione che un libro consegna a decidere se verrà letto fino in fondo. Semmai, è la prima domanda che riesce a far nascere, e a cui il lettore, da solo, non vede l’ora di rispondere.

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Dott. Pasquale Di Matteo

Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine. Analista di geopolitica. Scrittore e saggista. Executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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